27/10/11

Socio-cooperatore? No, schiavo salariato.

Perché le parole sono importanti.
Come definire un lavoratore che entra al magazzino Coop a Pievesestina di Cesena alle 5 di mattina ed esce alle 17, cioè che fa un turno di 12 ore lavorative con una pausa di mezz'ora per il pranzo?
Come definire un lavoratore che lavora 6 ore in più rispetto alle 6 ore e quarantacinque che dovrebbe?
Come definire un lavoratore che sa di non essere obbligato a fare queste ore di straordinario, ma si sente COSTRETTO a farle per PAURA di ricevere lettere di richiamo o di essere licenziato?
Come definire un lavoratore che un giorno rifiuta di fare lo straordinario, e si vede recapitare a casa dopo qualche giorno una lettera di richiamo in cui lo si accusa di inesistenti sbagli sul lavoro? E che per questo viene multato con ore di lavoro fatte ma per cui non viene pagato?
E che, a fine mese, si vede segnata in busta-paga solo la paga-base, a fronte di circa 50 ore di straordinario in un mese?
Uno schiavo.

Infatti. Solo che non ha una catena alla caviglia, come uno si immagina uno schiavo: ha il bisogno, la famiglia da mantenere, la paura di non trovare un altro lavoro, a tenerlo legato lì. Che sono catene invisibili ma molto più efficaci.
Solo che riceve un salario. Un salario che ti fa sembrare questo sfruttamento ingiusto ma via, quasi accettabile. Un salario che si mescola alla paura e ti fa abbassare la testa.

Schiavo salariato, si chiama, come ce ne sono tanti in molti paesi del mondo.
Paesi sottosviluppati, alla periferia della civiltà.
Uno pensa.

Invece è un socio-cooperatore di AsterCoop che lavora a Cesena, al magazzino Coop di Pievesestina.

16/08/11

Crisi vecchie e nuove

Ecco cosa scriveva il Movimento Contadino Internazionale La Via Campesina già nel 2009!!

The food price crisis and the financial crisis are the result of years of ultra-liberal deregulation [...]
[...] This crisis will cost billions of dollars and in the end will have a heavy impact on national budgets. For example, in 2008 and 2009, under both the Bush and the Obama administrations, the U.S. government has spent nearly $1.4 trillion dollars to help bail out the banks. This will lead to increased taxes that will disproportional burden the poor and the middle class, and decreased spending for necessary public services. This deterioration especially affects women and children, particularly in rural areas where due to the lack of access to land and resources they do not have easy access to healthy foods or medical care.


[...] Because of the collapse of the financial speculative markets, investors are now looking for new ways to make large, quick profits. Some investors are engaging in massive, world-wide land-grabbing, the purchasing of agricultural lands in developing countries. This drives up the price of the land, pushing peasants off their farms, and putting developing countries in the position of having to put easy capital over their long-term agricultural interests. Additionally, control over biomass production such as agro-fuels increases the pressure on land.
[...] Rural families must absorb laid-off workers, employees are seeing their wages cut, citizens will pay higher taxes, children will be taken out of school to work, and millions will simply lose their jobs and sources of income. Meanwhile the banking system is rescued by governments who spent billions of dollars in bailing them out.
[...] In time, new crises will be generated by the financial mono-culture of big banks and investment funds.

Given the immensity of this unfolding crime against humanity we believe that there are no solutions under the prevailing global financial architecture. Meaningful policies cannot be achieved without radically reforming the international banking system.
The financial sector should be at the service of society instead of squeezing people of the wealth for the benefit of the few who control the system. Strong state regulation and a ban on speculation are necessary. The ongoing concentration in the bank sector has to be halted and big banks must be dismantled. [...]

We have to stop the privatisation of land, water, seeds and other resources, as this process increases the possibilities for speculation in addition to being inequitable. Instead of making the poor pay, those who own most of the capital and who have accumulated so much profit over the last years must cover the losses through a specific tax on their capital.
 We need to continue to build on our own autonomy in order to make us less dependent on this predatory (international) financial system. We should strengthen our own alternatives developed through the "economy of solidarity" where capital is put at the service of people and not the other way around. We should develop our collaboration with the solidarity banks to build our own system based on cooperation and mutual responsibility, giving priority to local, community based lending models on a non-profit basis.
We cannot expect that those who caused this problem have an interested in resolving it. The G8, the World Trade Organisation, the World Bank and the International Monetary Fund are trying to control the solutions and maintain their influence. As social movements, we must continue to mobilize against false solutions and take the initiative to make our own true solutions real! "

15/08/11

Forum Internazionale Nyeleni per la Sovranità Alimentare - Krem, Austria, 16-21 agosto 2011-

Si apre domani 16 agosto a Krems, in Austria, il Forum Internazionale Nyeleni per la Sovranità Alimentare: gruppi e associazioni di agricoltori, studenti, attivisti  e ecologisti si incontrano per definire strategie contro il sistema alimentare globale controllato dagli interessi delle multinazionali e basato sullo sfruttamento delle persone e dell'ambiente. "E' ora di cambiare il modello delle politiche agricole europee da quelle basate sulle regole del WTO a quelle basate sulla sovranità alimentare della popolazione. Una nuova politica alimentare e agricola per l'Europa deve essere basata sullo rilocalizzazione della produzione agricola, che supporti i piccoli produttori e faciliti l'accesso alla terra per i nuovi agricoltori e i collettivi di agricoltori,  combattendo la dominazione dell'industria e degli interessi privati nella produzione, trasformazione e distribuzione del cibo per i cittadini europei. [trad. nostra]"

04/08/11

Altro che grano, noi in Somalia manderemo le angurie!

Terrelibere.org riporta la notizia di due milioni di quintali di angurie non raccolte nel Salento (04.08.2011). Motivo: poichè erano destinate all'esportazione verso la Francia, ed in Francia il mercato delle angurie è fermo (causa la paura dell'E.Coli e le angurie greche più a basso costo) raccoglierle non è conveniente. Meglio farle marcire.
I contadini chiedono contributi Ue. Mentre potrebbe essere l'occasione per ripensare l'agricoltura concepita esclusivamente per l'esportazione, e trasformare le monocolture intensive in colture diversificate destinate al mercato interno. L'agricoltura finalizzata all'esportazione ha messo in ginocchio la maggior parte dei paesi africani e dell'america latina: gli smisurati campi in cui si coltivava (e si coltiva tuttora) soia, cacao, caffè, cotone, forniscono un prodotto che non nutre la popolazione, anzi è più probabile che la faccia morire di fame dal momento che è estremamente sensibile a qualsiasi variazione di prezzo decisa dai mercati esteri, e che quindi non può essere prevista dagli agricoltori. Chiedere sovvenzioni statali non è la soluzione: certo, i coltivatori riuscirebbero forse a pareggiare i costi, o magari anche a guadagnarci, ma le angurie rimarrebbero a marcire nei campi, e la situazione collasserebbe una volta finiti gli aiuti Ue. E' solo un modo per procrastinare una disfatta. E a soffrire di più questa situazione di instabilità saranno soprattutto i braccianti, che vedranno il loro lavoro ancora più sfruttato. L'agricoltura Usa ha sempre beneficiato dei sussidi statali, in particolare per grano e mais, che guadacaso hanno rappresentato una parte sempre consistente dei loro altruistici aiuti umanitari. Noi cosa faremo, le spediremo in Somalia, le angurie?!

30/07/11

Haiti, prima del terremoto

Diciamo Haiti e pensiamo al terremoto, all'emergenza umanitaria. Giustamente. Ma Haiti è, ed è stato, anche altro. Ripercorriamone brevemente la storia....
Nel 1915, gli Usa invadono Haiti. Motivazione (reale ma celata): il rifiuto da parte del governo di ratificare una Costituzione elaborata dagli Usa e che prevedeva il diritto di società statunitensi a comprare le terre dell'isola. L'invasione militare ottiene il suo scopo: gli haitiani votano la nuova costituzione con un quasi-plebiscito (99,9% dei voti). Peccato voti solo il 5% della popolazione...
Il paese rimane nella mani della Guardia Nazionale, appoggiata dagli Usa, e ai dittatori "Doc" Duvalier e figlio (a cui la Francia dà tranquillamente asilo) fino al 1990, anno delle prime elezioni democratiche. Purtroppo (per gli Usa) la scelta della popolazione è un po' troppo democratica: vince il prete populista Aristide, mentre il candidato sostenuto dagli Usa (ex funzionario della Banca Mondiale) è sconfitto (14% dei voti).
Così gli Usa decidono, per "premiare" la scelta democratica degli haitiani, di aumentare gli aiuti per la "promozione della democrazia" (l'abbiamo poi sentita spesso, questa espressione..in Iraq, Afghanistan....). Peccato diano gli aiuti direttamente nelle mani dei gruppi antigovernativi, che combattevano Aristide, presidente legalmente e democraticamente eletto. Qualche mese dopo le elezioni, il golpe militare, appoggiato dalla Cia; mentre l'organizzazione degli Stati Americani impone l'imbargo contro la giunta militare salita al potere con il golpe, gli Usa serenamente lo violano. Anzi, Bush I e Clinton autorizzano la società petrolifera Texaco a rifornire di petrolio la giunta militare.
Seguono 3 anni di terrorismo di stato.
In seguito, Aristide ritorna al potere, ma è costretto ad adottare il programma del candidato sostenuto dagli Usa che aveva perso nel 90. Il programma, superfluo dirlo, conteneva tutta una serie di misure neoliberiste che hanno gettato il paese nella povertà e nella violenza, a cui gli Usa rispondono con il divieto di inviare aiuti internazionali.
Nel 2004, Usa e Francia costringono Aristide a lasciare il paese. La stampa internazionale presenterà questa ennesima invasione nella democrazia di Haiti come una rivolta popolare contro un dittatore; peccato si tratti, invece, di squadre militari entrate dalla Rep. Dominicana spalleggiati dalla Cia. Il governo di Haiti (democraticamente eletto ) chiede aiuto alla comunità internazionale, ma nessuno lo ascolta, tranne Venezuela e Sud Africa. Gli aiuti venezuelani e sudafricani alla popolazione, che intanto costruisce barricate a Port-au-Prince, non fanno però in tempo ad arrivare: i militari Usa caricano Aristide e lo sbarcano in rep. Centrafricana (controllata dalla Francia). Instaurano così un governo-fantoccio, non riconosciuto dalla Comunità dei Paesi Caraibici, Venezuela, Cuba e paesi dell'Unione Africana. Il nuovo presidente Latortue pensa bene di far eliminare gli attivisti del partito di Aristide, distruggendo anche tutte le istituzioni popolari che permettevano alla popolazione di sopravvivere. La polizia e i paramilitari operano indisturbati nei sobborghi delle città. La Banca Mondiale, ancora una volta, pensa bene di aiutare la democrazia e stanzia 150 milioni di usd a favore del regime di Latortue, mentre nelle strade la genete chiede il rientro di Aristide. Si decide anche di mandare una mssione "umanitaria", il Minustah, con circa 6000 militari, molti dei quali provenienti da Brasile, Argentina e Cile (vi dicono niente?). Peccato che il Minustah sia accusato di partecipare alle violenze perpetrate dalla polizia del governo-fantoccio di Latortue.
Nel frattempo, chiaramente, Haiti continua ad essere un paese fortemente indebitato. Nel 2006, il debito ammontava a circa 2 miliardi di usd. Nonostante il debito potesse essere considerato "odioso", cioè contratto da un regime dispotico, l'idea di evitare la restituzione non viene presa in considerazione se non nel 2006, quando l'FMI decide di annullare 1.200 milioni di usd, a fronte però dell'accettazione delle solite misure di "aggiustamento strutturale" che distruggono l'agricoltura haitiana e, nel 2008, portano alla crisi alimentare. I prezzi di riso, farina e olio salgono alle stelle (anche questo l'abbiamo già visto altrove..). La popolazione assale i negozi (perchè il cibo, nelle crisi alimentari, in realtà c'è sempre, solo che nessuno può permettersi di comprarlo), gli agenti della Minustah sparano e lanciano lacrimogeni, la popolazione chiede il ritorno di Aristide al posto dell'odiato Preval.
A questo punto, il terremoto del 2010 non fa altro che infierire su un paese già distrutto, che Usa, Francia, FMI e BM hanno reso il paese più povero dell'America Latina.

28/07/11

Una crema nel Cie

Lunedì 25 luglio, un amico ed io siamo riusciti a varcare la porta del Cie di Bologna, complici due tubetti di crema. Rispondendo alla richiesta di avere creme per il corpo (non certo per una questione estetica, ma per un bisogno tipico delle pelli scure) fatta dalle ragazze detenute all'avv. Ballerini, ci siamo presentati ai poliziotti che stazionavano davanti al Cie, chiedendo di poter consegnare le creme alle ragazze. Impagabile l'espressione dei poliziotti alla nostra richiesta: tutto si aspettavano tranne di parlare di creme. La banalità del bene.
Così, siamo entrati, documenti alla mano. Abbiamo chiesto di poter incontrare una delle ragazze recluse per darle le creme in mano: niente da fare, fin lì non possono arrivare. Si è presentato quindi un operatore della coop. Misericordia. I tubetti erano solo due, da 500 gr l'uno. Ha detto che avrebbero dovuto metterli in dei bicchieri; che gentile, penso io, così possono distribuirli a più persone." No, mi dice lui, è perchè sennò possono tirarceli in testa e colpirci!" "Ma suvvia, gli diciamo, con due tubetti, ci vuole anche della mira..."

Il Cie di Bologna? Dov'é?

Arrivare al Cie di Bologna è semplicissimo. Sorpassarlo senza accorgersene è ancora più facile. Non che ci si aspetti di trovare un'indicazione con una freccia lampeggiante, ma almeno una targa, un cartello, uno stemma... Invece niente, solo un portone in acciaio grigio e un muro sormontato da una rete (il filo spinato è troppo scenico); dentro si intravvedono anonimi edifici in cemento, le finestre con le tapparelle abbassate. A metà tra la caserma (come in effetti era) e il deposito, che sembra più ci sia, dentro, qualcosa da proteggere che qualcuno da nascondere.
Nessuna indicazione, nessun nome, per un luogo che vuole rendersi invisibile, mimetizzarsi, fingere di non esserci. La stessa fine che vuol far fare alle persone che sono rinchiuse dentro. E ci riesce. Ottimo lavoro.
Solo c'è, accanto al portoncino d'ingresso, un campanello con una sigla in piccolo, CPT, a ricordare altre colpe.
La strada davanti è ampia, trafficata, rumorosa di macchine e delle cicale che cantano incessanti da un albero sul ciglio, quel silenzio del rumore che ti penetra nelle orecchie finchè non lo senti più.