Bambino/bambina:
“Non voglio sedermi vicino a lui perchè ha la pelle nera”; “Non
gioco con lei perchè è nera”, o varianti simili.
Probabile
risposta da parte di genitore/educatore che pensa di essere
antirazzista: “ Ma non importa il colore della pelle, è un
bambino/bambina come te, siamo tutti uguali!”.
Quante
volte abbiamo sentito o anche detto frasi come queste credendo di
aiutare in questo modo i bambini e le bambine a rispettare gli altri,
a contrastare gli stereotipi, la discriminazione, il razzismo?
Queste
frasi sono esempio del cosiddetto approccio colorblind, o
colordenial, cioè di negazione delle differenze (di colore
della pelle, ma estendibile come approccio anche a differenze di
tratti somatici, di lingua, di abilità, ...), che vorrebbe nelle
intenzioni essere un approccio di uguaglianza e rispetto, ma
rappresenta una pericolosa forma di eliminazione della consapevolezza
delle differenze e di normalizzazione dell'esperienza bianca.
Dal
punto di vista storico, la sociologa statunitense Robin Diangelo,
autrice fra l'altro dell'ottimo White Fragility. Why It's So hard
for White People to Talk About Racism, colloca la creazione di
questa idea negli anni '60, in seguito al famoso discorso di Martin
Luther King Jr. in cui sogna di essere giudicato per le sue parole e
non per il colore della pelle. Questa frase, dice la Diangelo, fu
utilizzata dalle persone bianche, anche vicine alle posizioni di
King, per trovare una facile scappatoia dal razzismo: basta non
nominare il colore della pelle e il razzismo scomparirà!
Cosa
che, come tutti sappiamo, non è.
Dal
punto di vista psicologico e pedagogico, l'approccio colorblind
si basa su una concezione errata delle radici di pregiudizi e
razzismo: non è la consapevolezza delle differenze a causare
pregiudizi e discriminazione, bensì il modo in cui si risponde a
queste differenze. Una pratica educativa antirazzista non mira a
negare la percezione delle differenze, ma ha l'obiettivo di costruire
una modalità positiva di rapportarsi con esse. Quindi, l'approccio
colorblind non è alleato dell'antirazzismo, anzi ostacola una
pratica educativa antirazzista.
I
bambini e le bambine fin da molto presto (si parla di due anni di età
circa) sono consapevoli delle differenze tra le persone: differenze
nella tonalità della pelle, nel colore e nella forma degli occhi,
nel colore e nella texture dei capelli. Ne sono consapevoli
perchè queste differenze esistono, e loro le vedono e le comunicano,
in un modo che varia in base all'età, allo sviluppo del linguaggio,
alla socializzazione, e agli influssi che la società ha già
esercitato su di loro.
Un
bambino o una bambina che fa i commenti riportati sopra sta mettendo
in evidenza una differenza che ha percepito, ci pone delle domande,
ci chiede come interagire con quelle differenze. La cosa peggiore che
possiamo fare è screditare la sua consapevolezza di quelle
differenze, fingendo che non esistano e facendo diventare il colore
della pelle o una particolare caratteristica fisica un argomento
tabù, qualcosa di cui non si può parlare, qualcosa che è meglio
ignorare. Oltretutto, in questo modo, dando alla persona che ha quel
colore della pelle o quella caratteristica fisica il messaggio che il
suo colore della pelle, la sua caratteristica fisica, siano qualcosa
di cui vergognarsi.
Messi
di fronte alla svalutazione della loro consapevolezza delle
differenze, i bambini e le bambine possono reagire non
verbalizzandola più, ma dando vita a strategie di evitamento ed
esclusione rispetto a quel bambino o bambina. Inoltre, non solo non è
vero che la semplice vicinanza dei corpi permette di eliminare
stereotipi e pregiudizi (anche perchè i pregiudizi nascosti non sono
eliminabili), ma il punto è che se comunque obbligati alla vicinanza
(perchè all'asilo o a scuola, per esempio), essere costretti al
silenzio può esacerbare le reazione negative.
Oltre
a negare la consapevolezza delle differenze, l'approccio colorblind
si colloca perfettamente fra le modalità di silenziamento delle
esperienze di vita delle persone di colore: assume che le differenze
siano insignificanti, che non abbiano valore, quindi stabilisce
un'unica esperienza (quella bianca) come norma, eliminando tutte le
esperienze e individualità che si discostano da questa percepita
come “normale”. Inoltre, l'approccio colorblind diventa un
meccanismo che permette di ignorare questioni come il privilegio
bianco, il razzismo sistemico e la discriminazione vissuta
quotidianamente da determinati gruppi di persone, un alibi dietro cui
nascondersi per non affrontare queste questioni. Dal punto di vista
materiale, infatti, non è vero che “siamo tutti uguali”, che il
colore della pelle non importa: la realtà di vita delle persone di
colore che cercano casa o lavoro, per esempio, mostra tutti i giorni
che il colore della pelle conta.
Scrive
la giornalista e scrittrice britannica Reni Eddo-Lodge nel suo Why
I'm No Longer Talking To White People About Race:
“L'approccio colorblind
non accetta la legittimazione del razzismo strutturale o la storia
della dominazione bianca […] Non vedere la razza1
non serve a decostruire le strutture razziste o migliorare le
condizioni materiali a cui sono sottoposte quotidianamente le persone
di colore. Per smantellare le strutture razziste e ingiuste dobbiamo
vedere la razza. Dobbiamo vedere chi ottiene benefici dalla propria
razza, chi soffre in modo sproporzionato a causa degli stereotipi
negativi sulla propria razza, e a chi vengono conferiti potere e
privilegio – guadagnati o meno – a causa della propria razza, la
propria classe e il proprio genere. Vedere la razza è essenziale per
cambiare il sistema” [trad. mia].
Quindi,
abbandoniamo l'approccio colorblind che non permette di
confrontarsi con gli stereotipi, e pensiamo ad altri tipi di risposta
che diano ai bambini e alle bambine la possibilità di conoscere il
mondo e le persone che lo abitano, di apprezzare i diversi modi di
essere umani e di costruirsi strategie per riconoscere e combattere
discorsi discriminatori e di oppressione.
Nota:
parlo di colore della pelle e di caratteristiche fisiche relative
all'origine geografica o familiare, quindi di elementi che hanno a
che fare con il razzismo. Ma (e qui mi rendo conto di star facendo
whitewashing*), questo approccio di negazione delle differenze
riguarda anche la percezione delle diverse abilità, delle diversità
di genere, di lingua, ecc..
*Intendo
qui whitewashing la tendenza a eliminare o sminuire discorsi
relativi all'esperienza delle persone di colore e riferire ogni
discorso all'esperienza delle persone bianche.
1 . Traduco
con “razza” il termine inglese “race”, consapevole che nel
dibattito italiano sul razzismo l'uso della parola “razza” è
controverso. Ovviamente uso la parola “razza” non dandole alcuna
connotazione biologica ma intendendo la razza come costruzione
sociale, come dispositivo materiale di dominio.