[Leggi qui la Parte 1]
Molti insegnanti pensano che parlare italiano in casa invece della propria lingua madre permetta una più veloce acquisizione dell'italiano, e parallelamente che parlare la propria lingua madre abbia effetti negativi su tale acquisizione.
Molti insegnanti pensano che parlare italiano in casa invece della propria lingua madre permetta una più veloce acquisizione dell'italiano, e parallelamente che parlare la propria lingua madre abbia effetti negativi su tale acquisizione.
Bisogna
chiarire subito un fatto: è il contrario. Parlare italiano a casa
invece della propria lingua madre non favorisce l'acquisizione
dell'italiano, anzi può rallentarla. Dimenticare la propria lingua
madre non si traduce in una migliore e più veloce
acquisizione dell'italiano, anzi può rendere più difficile ottenere
alti livelli di competenza in italiano1.
Molte
persone (insegnanti soprattutto) a questo punto di solito mi guardano
allibite. Non ci credono.
Innanzitutto,
se anche volessimo dare una validità ai concetti di time-on-task
e full immersion, può succedere che genitori non italiani
parlino italiano in modo imperfetto. Con questo ovviamente non voglio
dire che non esistono persone migranti con un'alta competenza in
lingua italiana; e del resto non concordo neanche con chi sostiene
che sia essenziale parlare o scrivere una lingua in modo perfetto per
avere diritto di parola, perchè credo sia più importante ciò che
si dice di come lo si dice. Ma può succedere che i genitori non
siano buoni modelli linguistici in italiano, per cui parlare in
italiano con i propri figli-e può essere controproducente. Infatti,
se è vero che, come sostiene S. Krashen e come io condivido,
l'acquisizione della lingua si genera tramite esposizione ad un input
linguistico adeguato, è evidente che, se un bambino-a o ragazzo-a
sta acquisendo una lingua, ascoltare strutture non corrette o
espressioni non esatte non costituisce il terreno migliore su cui
costruire tale acquisizione. Al contrario, i genitori possono essere
ottimi modelli linguistici nella propria lingua madre, che sanno
padroneggiare in modo disinvolto e florido.
Ma il
fatto è che qui il concetto di time-on-task non ha validità.
Infatti, l'essere inseriti in programmi di full immersion
nella lingua che si deve imparare (e quindi di progressivo
azzeramento della lingua madre) ha a lungo termine effetti meno
fruttuosi dell'essere inseriti in buoni programmi bilingui (cioè
programmi in cui lo sviluppo della lingua madre non sia visto solo
come strumentale all'acquisizione dell'altra lingua, ma sia un valore
di per sé).
Nell'acquisizione
della seconda lingua (cioè della lingua del luogo in cui si vive,
diversa dalla propria lingua madre) è il contrario del concetto di
time-on-task: gli studenti che continuano a sviluppare forti
competenze negli aspetti accademici della loro lingua madre ottengono
più rapidamente livelli alti di competenza nell'altra lingua. E'
ovvio che è cruciale la possibilità di essere esposti a un input
corretto e comprensibile, cioè adatto al loro livello linguistico,
nella nuova lingua fin dall'inizio, e che devono avere l'opportunità
di usare in modo proficuo la nuova lingua, ma se sviluppate insieme
le due lingue non si sottraggono, anzi si arricchiscono a vicenda (in
base ai principi di interdipendenza e common underlying
proficiency di Cummins).
Chi
consiglia di “non parlare a casa la propria lingua per imparare
prima l'italiano” forse non ha ben chiare queste dinamiche. Né
conosce le ipotesi circa il funzionamento del cervello di una persona
bilingue. Forse pensa che il cervello di una persona bilingue
funzioni in modo escludente, che una lingua tolga posto all'altra. Ma
non è così. Le due, o più, lingue che una persona sa o impara
possono coesistere nel cervello senza che nessuna sottragga spazio
all'altra. Potrà esserci una lingua più sviluppata, o una lingua
che si utilizza meglio in alcuni ambiti, o una maggiore padronanza di
una o dell'altra nello scritto o nell'orale, nella ricezione o nella
produzione: il bilinguismo
perfetto non
è così frequente. Anzi, dicono Ada, Campony e Baker nel loro
Guía Para
Padres y Maestros de Niños
Bilingües,
il bilinguismo perfetto è un mito (peraltro propagandato da chi è
monolingue). Poche persone riescono a sviluppare una competenza
perfetta e identica nelle due lingue che conoscono. Anzi, in base al
principio di complementarietà, le persone bilingue usano di solito
una lingua o l'altra in base al contesto, alla situazione, quindi in
alcuni ambiti useranno con maggiore fluidità una lingua, in altri
ambiti l'altra. Inoltre, potrà esserci un rallentamento iniziale
nell'acquisizione linguistica del bambino-a bilingue, un iniziale
spaesamento, una iniziale difficoltà a capire quando usare una
lingua e quando l'altra, e con chi; poi potranno esserci calchi,
interferenze, parole che arrivano alla mente in una lingua mentre si
sta parlando l'altra, mescolamenti innovativi: tutte dinamiche che
chi parla due o più lingue sperimenta spesso. Ma nel cervello non
c'è un problema di spazio. E se le due lingue vengono sviluppate
entrambe non c'è sottrazione, anzi c'è arricchimento. Si verifica
quello che viene chiamato bilinguismo sommativo, che ha benèfici
effetti dal punto di vista dello sviluppo linguistico, cognitivo,
emotivo.
Ecco
quindi che consigliare a bambini/e, ragazzi/e o chiunque di arrestare
lo sviluppo della propria lingua madre per “imparare più
velocemente” un'altra lingua, non ha fondamenti scientifici ed è
controproducente. Ci sono numerosi studi che dimostrano che maggiore
è la competenza nella propria lingua madre (in quella che viene
chiamata Cognitive Academic Language Proficiency), maggiore è
la facilità nell'acquisire altre lingue ad un alto livello. C'è una
forte corrispondenza tra l'aver raggiunto competenze alte nella
propria lingua madre e il poter raggiungere competenze alte in
un'altra lingua. Questo perchè si attua un transfer di
competenze da una lingua all'altra, e viceversa, che rende appunto
possibile il “bilinguismo sommativo”.
1Per
i figli e figlie di coppie miste ci sono ovviamente differenze, che
tratteremo altrove. Lo stesso vale, in parte almeno, per i bambini e bambine che hanno vissuto una adozione.
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