23 luglio 2019

PERCHÈ CONSIGLIARE ALLE FAMIGLIE DI BAMBINI-E O RAGAZZI-E CON BACKGROUND MIGRATORIO E BILINGUI (O BILINGUI EMERGENTI) DI PARLARE ITALIANO A CASA NON È UNA BUONA IDEA. ANZI, È UNA PESSIMA IDEA. PARTE 2


[Leggi qui la Parte 1]
Molti insegnanti pensano che parlare italiano in casa invece della propria lingua madre permetta una più veloce acquisizione dell'italiano, e parallelamente che parlare la propria lingua madre abbia effetti negativi su tale acquisizione.
Bisogna chiarire subito un fatto: è il contrario. Parlare italiano a casa invece della propria lingua madre non favorisce l'acquisizione dell'italiano, anzi può rallentarla. Dimenticare la propria lingua madre non si traduce in una migliore e più veloce acquisizione dell'italiano, anzi può rendere più difficile ottenere alti livelli di competenza in italiano1.
Molte persone (insegnanti soprattutto) a questo punto di solito mi guardano allibite. Non ci credono.

Innanzitutto, se anche volessimo dare una validità ai concetti di time-on-task e full immersion, può succedere che genitori non italiani parlino italiano in modo imperfetto. Con questo ovviamente non voglio dire che non esistono persone migranti con un'alta competenza in lingua italiana; e del resto non concordo neanche con chi sostiene che sia essenziale parlare o scrivere una lingua in modo perfetto per avere diritto di parola, perchè credo sia più importante ciò che si dice di come lo si dice. Ma può succedere che i genitori non siano buoni modelli linguistici in italiano, per cui parlare in italiano con i propri figli-e può essere controproducente. Infatti, se è vero che, come sostiene S. Krashen e come io condivido, l'acquisizione della lingua si genera tramite esposizione ad un input linguistico adeguato, è evidente che, se un bambino-a o ragazzo-a sta acquisendo una lingua, ascoltare strutture non corrette o espressioni non esatte non costituisce il terreno migliore su cui costruire tale acquisizione. Al contrario, i genitori possono essere ottimi modelli linguistici nella propria lingua madre, che sanno padroneggiare in modo disinvolto e florido.

Ma il fatto è che qui il concetto di time-on-task non ha validità. Infatti, l'essere inseriti in programmi di full immersion nella lingua che si deve imparare (e quindi di progressivo azzeramento della lingua madre) ha a lungo termine effetti meno fruttuosi dell'essere inseriti in buoni programmi bilingui (cioè programmi in cui lo sviluppo della lingua madre non sia visto solo come strumentale all'acquisizione dell'altra lingua, ma sia un valore di per sé).
Nell'acquisizione della seconda lingua (cioè della lingua del luogo in cui si vive, diversa dalla propria lingua madre) è il contrario del concetto di time-on-task: gli studenti che continuano a sviluppare forti competenze negli aspetti accademici della loro lingua madre ottengono più rapidamente livelli alti di competenza nell'altra lingua. E' ovvio che è cruciale la possibilità di essere esposti a un input corretto e comprensibile, cioè adatto al loro livello linguistico, nella nuova lingua fin dall'inizio, e che devono avere l'opportunità di usare in modo proficuo la nuova lingua, ma se sviluppate insieme le due lingue non si sottraggono, anzi si arricchiscono a vicenda (in base ai principi di interdipendenza e common underlying proficiency di Cummins).
Chi consiglia di “non parlare a casa la propria lingua per imparare prima l'italiano” forse non ha ben chiare queste dinamiche. Né conosce le ipotesi circa il funzionamento del cervello di una persona bilingue. Forse pensa che il cervello di una persona bilingue funzioni in modo escludente, che una lingua tolga posto all'altra. Ma non è così. Le due, o più, lingue che una persona sa o impara possono coesistere nel cervello senza che nessuna sottragga spazio all'altra. Potrà esserci una lingua più sviluppata, o una lingua che si utilizza meglio in alcuni ambiti, o una maggiore padronanza di una o dell'altra nello scritto o nell'orale, nella ricezione o nella produzione: il bilinguismo perfetto non è così frequente. Anzi, dicono Ada, Campony e Baker nel loro Guía Para Padres y Maestros de Niños Bilingües, il bilinguismo perfetto è un mito (peraltro propagandato da chi è monolingue). Poche persone riescono a sviluppare una competenza perfetta e identica nelle due lingue che conoscono. Anzi, in base al principio di complementarietà, le persone bilingue usano di solito una lingua o l'altra in base al contesto, alla situazione, quindi in alcuni ambiti useranno con maggiore fluidità una lingua, in altri ambiti l'altra. Inoltre, potrà esserci un rallentamento iniziale nell'acquisizione linguistica del bambino-a bilingue, un iniziale spaesamento, una iniziale difficoltà a capire quando usare una lingua e quando l'altra, e con chi; poi potranno esserci calchi, interferenze, parole che arrivano alla mente in una lingua mentre si sta parlando l'altra, mescolamenti innovativi: tutte dinamiche che chi parla due o più lingue sperimenta spesso. Ma nel cervello non c'è un problema di spazio. E se le due lingue vengono sviluppate entrambe non c'è sottrazione, anzi c'è arricchimento. Si verifica quello che viene chiamato bilinguismo sommativo, che ha benèfici effetti dal punto di vista dello sviluppo linguistico, cognitivo, emotivo.

Ecco quindi che consigliare a bambini/e, ragazzi/e o chiunque di arrestare lo sviluppo della propria lingua madre per “imparare più velocemente” un'altra lingua, non ha fondamenti scientifici ed è controproducente. Ci sono numerosi studi che dimostrano che maggiore è la competenza nella propria lingua madre (in quella che viene chiamata Cognitive Academic Language Proficiency), maggiore è la facilità nell'acquisire altre lingue ad un alto livello. C'è una forte corrispondenza tra l'aver raggiunto competenze alte nella propria lingua madre e il poter raggiungere competenze alte in un'altra lingua. Questo perchè si attua un transfer di competenze da una lingua all'altra, e viceversa, che rende appunto possibile il “bilinguismo sommativo”.

1Per i figli e figlie di coppie miste ci sono ovviamente differenze, che tratteremo altrove. Lo stesso vale, in parte almeno, per i bambini e bambine che hanno vissuto una adozione.

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