27 luglio 2019

PERCHÈ DIRE “NON IMPORTA IL COLORE DELLA PELLE, I BAMBINI E LE BAMBINE SONO TUTTI UGUALI” (CHE SI CHIAMA APPROCCIO COLORBLIND) È PERICOLOSO. E NON È ANTIRAZZISTA.


Bambino/bambina: “Non voglio sedermi vicino a lui perchè ha la pelle nera”; “Non gioco con lei perchè è nera”, o varianti simili.
Probabile risposta da parte di genitore/educatore che pensa di essere antirazzista: “ Ma non importa il colore della pelle, è un bambino/bambina come te, siamo tutti uguali!”.
Quante volte abbiamo sentito o anche detto frasi come queste credendo di aiutare in questo modo i bambini e le bambine a rispettare gli altri, a contrastare gli stereotipi, la discriminazione, il razzismo?

Queste frasi sono esempio del cosiddetto approccio colorblind, o colordenial, cioè di negazione delle differenze (di colore della pelle, ma estendibile come approccio anche a differenze di tratti somatici, di lingua, di abilità, ...), che vorrebbe nelle intenzioni essere un approccio di uguaglianza e rispetto, ma rappresenta una pericolosa forma di eliminazione della consapevolezza delle differenze e di normalizzazione dell'esperienza bianca.

Dal punto di vista storico, la sociologa statunitense Robin Diangelo, autrice fra l'altro dell'ottimo White Fragility. Why It's So hard for White People to Talk About Racism, colloca la creazione di questa idea negli anni '60, in seguito al famoso discorso di Martin Luther King Jr. in cui sogna di essere giudicato per le sue parole e non per il colore della pelle. Questa frase, dice la Diangelo, fu utilizzata dalle persone bianche, anche vicine alle posizioni di King, per trovare una facile scappatoia dal razzismo: basta non nominare il colore della pelle e il razzismo scomparirà!
Cosa che, come tutti sappiamo, non è.

Dal punto di vista psicologico e pedagogico, l'approccio colorblind si basa su una concezione errata delle radici di pregiudizi e razzismo: non è la consapevolezza delle differenze a causare pregiudizi e discriminazione, bensì il modo in cui si risponde a queste differenze. Una pratica educativa antirazzista non mira a negare la percezione delle differenze, ma ha l'obiettivo di costruire una modalità positiva di rapportarsi con esse. Quindi, l'approccio colorblind non è alleato dell'antirazzismo, anzi ostacola una pratica educativa antirazzista.

I bambini e le bambine fin da molto presto (si parla di due anni di età circa) sono consapevoli delle differenze tra le persone: differenze nella tonalità della pelle, nel colore e nella forma degli occhi, nel colore e nella texture dei capelli. Ne sono consapevoli perchè queste differenze esistono, e loro le vedono e le comunicano, in un modo che varia in base all'età, allo sviluppo del linguaggio, alla socializzazione, e agli influssi che la società ha già esercitato su di loro.
Un bambino o una bambina che fa i commenti riportati sopra sta mettendo in evidenza una differenza che ha percepito, ci pone delle domande, ci chiede come interagire con quelle differenze. La cosa peggiore che possiamo fare è screditare la sua consapevolezza di quelle differenze, fingendo che non esistano e facendo diventare il colore della pelle o una particolare caratteristica fisica un argomento tabù, qualcosa di cui non si può parlare, qualcosa che è meglio ignorare. Oltretutto, in questo modo, dando alla persona che ha quel colore della pelle o quella caratteristica fisica il messaggio che il suo colore della pelle, la sua caratteristica fisica, siano qualcosa di cui vergognarsi.

Messi di fronte alla svalutazione della loro consapevolezza delle differenze, i bambini e le bambine possono reagire non verbalizzandola più, ma dando vita a strategie di evitamento ed esclusione rispetto a quel bambino o bambina. Inoltre, non solo non è vero che la semplice vicinanza dei corpi permette di eliminare stereotipi e pregiudizi (anche perchè i pregiudizi nascosti non sono eliminabili), ma il punto è che se comunque obbligati alla vicinanza (perchè all'asilo o a scuola, per esempio), essere costretti al silenzio può esacerbare le reazione negative.

Oltre a negare la consapevolezza delle differenze, l'approccio colorblind si colloca perfettamente fra le modalità di silenziamento delle esperienze di vita delle persone di colore: assume che le differenze siano insignificanti, che non abbiano valore, quindi stabilisce un'unica esperienza (quella bianca) come norma, eliminando tutte le esperienze e individualità che si discostano da questa percepita come “normale”. Inoltre, l'approccio colorblind diventa un meccanismo che permette di ignorare questioni come il privilegio bianco, il razzismo sistemico e la discriminazione vissuta quotidianamente da determinati gruppi di persone, un alibi dietro cui nascondersi per non affrontare queste questioni. Dal punto di vista materiale, infatti, non è vero che “siamo tutti uguali”, che il colore della pelle non importa: la realtà di vita delle persone di colore che cercano casa o lavoro, per esempio, mostra tutti i giorni che il colore della pelle conta.
Scrive la giornalista e scrittrice britannica Reni Eddo-Lodge nel suo Why I'm No Longer Talking To White People About Race: “L'approccio colorblind non accetta la legittimazione del razzismo strutturale o la storia della dominazione bianca […] Non vedere la razza1 non serve a decostruire le strutture razziste o migliorare le condizioni materiali a cui sono sottoposte quotidianamente le persone di colore. Per smantellare le strutture razziste e ingiuste dobbiamo vedere la razza. Dobbiamo vedere chi ottiene benefici dalla propria razza, chi soffre in modo sproporzionato a causa degli stereotipi negativi sulla propria razza, e a chi vengono conferiti potere e privilegio – guadagnati o meno – a causa della propria razza, la propria classe e il proprio genere. Vedere la razza è essenziale per cambiare il sistema” [trad. mia].

Quindi, abbandoniamo l'approccio colorblind che non permette di confrontarsi con gli stereotipi, e pensiamo ad altri tipi di risposta che diano ai bambini e alle bambine la possibilità di conoscere il mondo e le persone che lo abitano, di apprezzare i diversi modi di essere umani e di costruirsi strategie per riconoscere e combattere discorsi discriminatori e di oppressione.

Nota: parlo di colore della pelle e di caratteristiche fisiche relative all'origine geografica o familiare, quindi di elementi che hanno a che fare con il razzismo. Ma (e qui mi rendo conto di star facendo whitewashing*), questo approccio di negazione delle differenze riguarda anche la percezione delle diverse abilità, delle diversità di genere, di lingua, ecc..

*Intendo qui whitewashing la tendenza a eliminare o sminuire discorsi relativi all'esperienza delle persone di colore e riferire ogni discorso all'esperienza delle persone bianche.

1 . Traduco con “razza” il termine inglese “race”, consapevole che nel dibattito italiano sul razzismo l'uso della parola “razza” è controverso. Ovviamente uso la parola “razza” non dandole alcuna connotazione biologica ma intendendo la razza come costruzione sociale, come dispositivo materiale di dominio.

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