Abbiamo
visto qui che dire “non importa il colore della pelle, siamo tutti
uguali” impedisce di individuare e decostruire gli stereotipi,
quindi di lottare contro il razzismo: eliminare la percezione che
i bambini-e hanno delle differenze non offre loro la possibilità di
imparare a rapportarsi ad esse in modo positivo. Soprattutto, è
falso che “non importa il colore della pelle”, e di questo le
persone di colore sono ben consapevoli. In una società profondamente
razzializzata come quella in cui viviamo, le opportunità, la
libertà, la semplice possibilità di trovare casa o lavoro, sono
fortemente condizionate dal colore della pelle e da altre
caratteristiche riconducibili all'appartenenza ad uno specifico
gruppo etnico.
Dunque,
cosa si può dire a un bambino-a o ragazzo-a che fa un commento
razzista sul colore della pelle di un'altra persona?
(Questo
vale anche in larga parte per commenti sessisti, abilisti, omofobi,
ecc...).
Prendiamo
il commento di cui si parlava in un post precedente: “Non voglio
giocare con lei perchè è nera.”.
Considerazione
preliminare: nessuno-a dovrebbe essere obbligato-a a
giocare/parlare/stare con qualcuno; così come noi persone adulte
vogliamo poter scegliere con chi passare il nostro tempo, la stessa
possibilità deve essere data ai bambini-e, in base al tipo di
attività che piace fare, ad affinità personali, ecc... Detto
questo, poter scegliere con chi giocare/stare/parlare non significa
escludere a causa del colore della pelle, caratteristiche fisiche,
genere, abilità, situazione familiare o esprimere commenti offensivi
o non rispettosi su colore della pelle, caratteristiche fisiche,
genere, abilità, situazione familiare o altro.
Ecco
allora alcune riflessioni per agire come
genitori/educatori/educatrici su questi commenti.
Primo:
è essenziale DIRE qualcosa. Anche se si sta facendo altro.
Anche se si ha fretta. Anche se non sarebbe il momento migliore per
affrontare questi argomenti. Non dire nulla significa rendere il
commento accettato e accettabile, dargli agibilità. Il silenzio è
complice del razzismo. Questo vale di fronte al commento fatto da
un bambino-a così come di fronte al commento razzista fatto da
qualsiasi altra persona. Meglio ancora può essere CHIEDERE
perchè ha fatto quel commento, per sapere cosa esattamente voleva
significare, da dove quel commento è venuto. (Spesso noi
genitori/educatrici/educatori parliamo troppo e chiediamo troppo
poco).
Secondo:
non colpevolizzare. Tutti-e noi abbiamo stereotipi e
pregiudizi, soprattutto inconsapevoli, che possono emergere dalle
nostre parole e comportamenti, che provengono dal modo in cui siamo
stati-e e siamo socializzati-e e che dobbiamo allenarci a riconoscere
(e allenarsi a farlo è la prima prova per un
genitore/educatore/educatrice che lotti contro la discriminazione;
non è facile). Far sentire in colpa il bambino-a per aver esternato
questo pensiero è ingiusto e controproducente (evitare di far
sentire in colpa i bambini-e per quello che dicono o fanno sarebbe
una regola da scolpirsi nella mente per qualsiasi occasione).
Terzo
(anche questo sarebbe da scolpirsi nella mente): è importante
focalizzarsi sui sentimenti, chiedere come ci si è sentiti-e
a dire quelle parole, come si può essere sentito-a l'altro-a di
fronte a quelle parole e come ci si sarebbe sentiti-e al suo posto.
Focalizzarsi sui sentimenti non significa però focalizzarsi sulle
reazioni dell'altro-a (o peggio ancora su eventuali punizioni o
time-out): dire per esempio “ah, se dici così poi S. non
vorrà più giocare con te” o “nessuno vorrà più giocare con
te” significa far sì che il bambino-a riconduca tutto a se
stesso-a, a benefìci per se stesso-a, in un processo in cui
l'altro-a viene completamente eliminato nel suo valore e nella sua
esistenza.
Quarto:
non nuocere. Non nuocere al bambino-a che riceve il commento
razzista, che può non aver voglia di essere messo-a sotto a un
riflettore o sentire altri commenti che potrebbero emergere e che
potrebbero essere ancora più razzisti. Parlare con i bambini-e di
stereotipi, razzismo, sessismo è essenziale e anche istruttivo (per
noi adulti soprattutto), ma una volta scoperchiato il vaso non si sa
cosa potrebbe uscirne fuori, e chi è stato oggetto di commenti
offensivi non deve essere messo nella condizione di vederne tutto il
contenuto. Se pensiamo che la conversazione possa diventare troppo
impegnativa da questo punto di vista, si può scegliere una risposta
veloce ma decisa (per esempio qualcosa come “Forse non te ne sei
accorto-a, ma hai detto una cosa poco gentile riguardo al tuo
amico-a”, oppure “Offendere il colore della pelle di una persona
è una cosa poco rispettosa”) e occuparsi in privato (senza
time-out, ribadisco) o in un altro momento di andare più a
fondo.
Date
queste premesse, le risposte possono essere diverse, in base al
momento, al contesto, all'età del bambino-a.
Una
risposta che a me sembra chiara, decisa, rispettosa e non troppo
lunga è: “E' vero, S. ha la pelle scura. Ha la pelle scura come i
suoi familiari e/o tantissime altre persone nel mondo. Puoi dire che
non vuoi giocare con lui, ma parlare male del colore della sua pelle
significa offendere lui, i suoi familiari e/o tante altre persone nel
mondo. Questo non è rispettoso.”
Successivamente,
si possono fare domande per capire da dove viene quel commento,
perchè quel particolare colore della pelle gli/le provoca quei sentimenti e quelle reazioni, se c'è
qualcosa che gli/le fa paura. Se l'età lo consente, si può parlare
di melanina, far capire perchè biologicamente esistono diversi
colori della pelle, sottolineando il fatto che il colore della pelle
non è legato a maggiore/minore intelligenza, maggiore/minore
diligenza, maggiori/minori abilità.
E'
necessario mantenersi in un atteggiamento non giudicante ma di
comprensione: essere curiosi di sapere da dove proviene quel commento
e cosa effettivamente significa, mostrare la voglia di capire perchè
c'è stato quel commento. Le parole dei bambini-e sono influenzate
dall'ambiente di socializzazione, ed è probabile che in qualche
ambito del suo quotidiano abbia sentito questo commento razzista, ma
i commenti dei bambini-e racchiudono osservazioni e domande che, se
opportunamente prese in carico, possono offrire stimoli e aprire
percorsi.
Inoltre,
è opportuno ricordare che tutte le dinamiche di esclusione
(“non gioco con te/non puoi giocare con noi perchè sei...”)
fanno riferimento a dinamiche di potere: i bambini-e spesso usano
l'esclusione basata su qualsiasi pregiudizio per testare il loro
potere sociale, perchè dà un senso di potere e superiorità
escludere gli altri ed essere seguiti da gruppo. E chiunque può
essere oggetto di esclusione per qualsiasi motivo (caratteristiche
fisiche, il fatto di portare occhiali o apparecchio, per
l'abbigliamento, per la famiglia, per l'avere disabilità,...).
Ovviamente essere insultati o esclusi a causa del colore della pelle
o altre caratteristiche fisiche relative alla propria origine è ben
diverso dall'essere insultati per caratteristiche fisiche mutabili,
come il portare o meno l'apparecchio per i denti. Ci sono punti in
cui si è colpiti che fanno più male. Ma è importante parlare di
queste dinamiche, svelarle, ragionarci sopra, attivarsi con dei
percorsi appropriati. I bambini-e avranno a che fare con
discorsi ed azioni di esclusione, discriminazione, razzismo, sessismo
per tutta la vita. E se non è possibile eliminare gli influssi
di una società razzista e sessista, è però possibile, ed è
compito dei genitori/educatori, fornire loro le strategie e gli
strumenti per riconoscere queste dinamiche, decostruirle, renderle
inoffensive per se stessi-e e per gli altri-e e combatterle. A nostro
favore gioca il fatto che i bambini-e sono intelligenti, curiosi, e
molto sensibili ai concetti di giusto/ingiusto.
Il
passo successivo, quindi, è iniziare un percorso che permetta
di far emergere tutte le domande, le curiosità, i dubbi dei
bambini-e sulle caratteristiche fisiche riferite all'appartenenza a
un gruppo etnico, sulle loro stesse caratteristiche fisiche, sui
meccanismi di creazione degli stereotipi, sulla presenza, il
funzionamento e la funzione della discriminazione (cioè servire alla
riproduzione di un sistema sociale ed economico di sfruttamento di
molti e arricchimento per pochi, dove la divisione razziale è uno
strumento dei sistemi di potere per mantenere se stessi ed
espandersi), ovviamente in modo adeguato e con gli strumenti adatti
all'età e allo sviluppo cognitivo del bambino-a.
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