Premessa:
ogni persona e ogni storia sono diverse. Mi sento di dire che il
mantenimento e lo sviluppo della propria lingua madre sono
fondamentali per la maggior parte delle persone nella maggior parte
delle situazioni. Ci sono però situazioni particolari, e penso per
esempio ai bambini e bambine che sono stati adottati, in cui la
questione della lingua madre deve essere affrontata in modo più
specifico. Lo faremo.
Ieri
ero al parco, nella zona dei giochi. E' arrivata una famiglia cinese
o italo-cinese (il fatto che una persona non bianca non sia di
nazionalità italiana è un altro stereotipo da combattere) composta
da padre, madre, una bambina e un bambino. La bambina avrà avuto
circa 8 anni, il bambino un paio in meno. La bambina e il bambino
parlavano italiano ( e qui avrei voluto aggiungere “in modo, direi,
perfetto”, cadendo nella visione stereotipata della persona non
bianca che è “strano” che parli bene italiano) fra loro e anche
con i genitori. Il padre, che era l'adulto che interagiva
maggiormente con loro, aveva però delle forti difficoltà nel
parlare italiano (anche la madre, è risultato poi), perciò in un
paio di occasioni ha parlato con la bambina e il bambino in cinese.
Finchè la bambina gli ha detto, né arrabbiata né infastidita, ma
come se fosse un dato di fatto, continuando a giocare: “Mi parli in
cinese, ma perchè, io non lo capisco!”.
Io non
so se la bambina l'abbia detto perchè davvero non capisce il cinese,
o perchè era in un luogo in cui lei presumeva si dovesse parlare
solo italiano, o perchè c'era un pubblico di persone che parlavano
italiano che ascoltava. E non so come si sia sentito il padre; se gli
abbia fatto male, se gli abbia dato fastidio, se l'abbia accolto con
rassegnazione come il prezzo da pagare per “integrarsi” (odio
questa parola, intendiamoci), se l'orgoglio per l'italiano parlato
dalla figlia fosse stato più forte di tutte le preoccupazioni.
Io non
so che lingua parlino a casa, come riescano a comunicare se veramente
una lingua in comune non c'è; o, se c'è, che rapporti abbiano la
bambina e il bambino con questa lingua, con i genitori che parlano
questa lingua.
Anche
mi chiedo, ammettendo che la bambina davvero il cinese non lo sappia,
cosa succederà quando qualcuno la prenderà in giro (e succederà)
per le sue caratteristiche fisiche o farà una battuta razzista? E
cosa succederà (e succederà) quando qualche amico-a cinese si
stupirà del fatto che non parli il cinese e la prenderà in giro per
questo?
Avrei
voluto dire tante cose a quella bambina, a suo fratello e ai suoi
genitori. Non l'ho fatto, ovviamente. Un'altra persona bianca, mai
vista e mai conosciuta, che ti dice cosa è meglio o non è meglio
per te e la tua famiglia. Lasciamo perdere.
Però
ho pensato alle sue insegnanti. Mi sono chiesta se mai le abbiano
domandato della sua lingua madre, delle lingue che conosce, delle
lingue che i suoi genitori conoscono; se le abbiano mai parlato di
bilinguismo, di potere delle parole, di parole intraducibili, di
sfumature, di storie.
E alle
sue insegnanti, usando un autorevole linguaggio tecnico, avrei detto
questo:
Avete
mai pensato che per un vostro studente e studentessa può essere di
importanza vitale mantenere, sviluppare e vedere valorizzata la
propria lingua madre, e le persone che la parlano? Avete mai pensato
che, a parte il discorso strumentale dell'acquisizione dell'italiano
(che probabilmente non conoscevate ma di cui parlo qui, qui e qui),
la lingua madre è un tassello importante per la costruzione
dell'identità e del modo di vedersi e stare nel mondo?
Per
prima cosa, padroneggiare la propria lingua madre permette di
mantenere aperta la comunicazione fra figli-e, genitori ed altri
familiari attraverso l'uso di una lingua comune ricca, adatta
all'espressione di sentimenti, emozioni, bisogni profondi, desideri.
Spesso l'italiano non è padroneggiato da tutti i membri della
famiglia nello stesso modo, anche se tutti vivono in Italia. Spesso
per i genitori venuti da altri paesi l'italiano è la lingua del
lavoro, della burocrazia, delle attività fuori casa, non è la
lingua con cui trasmettere valori, tradizioni, modi di vivere, punti
di vista, sentimenti. Se i figli-e non conoscono la lingua madre
propria e dei propri genitori, questa relazione, questo scambio, può
bloccarsi. Ma non solo: di fronte a genitori spesso meno competenti
di loro in italiano, e continuamente sviliti dalla società, non
riconosciuti nelle proprie esperienze anche lavorative o di studio, i
bambini-e e ragazzi-e possono pensare che i propri genitori e
familiari non valgano niente, che siano portatori di conoscenze
inutili, che siano inferiori. Possono vergognarsi delle proprie
famiglie, delle proprie radici; possono volerle nascondere,
mimetizzandosi, fingendo di essere quello che non sono, eliminando
pezzi di sé, in operazioni faticose e terribili. Con questo non
voglio dire che sia necessario fare proprie acriticamente tradizioni
e idee di cui la propria famiglia o la propria comunità è
portatrice; ma è solo conoscendole e confrontandosi con esse che ci
si costruisce una identità positiva. Ecco perchè la conoscenza
della lingua madre è un tassello importante per la costruzione della
propria identità e delle proprie appartenenze.
Pensiamo
poi alla difficoltà, per chi non conosce la propria lingua madre o
quella dei propri genitori, quando rientra al paese d'origine proprio
o della propria famiglia: non poter comunicare con i familiari,
essere tagliato fuori dalle conversazioni, non potersi muovere
liberamente in uno spazio che dovrebbe essere o si vorrebbe familiare. Ho
conosciuto bambini-e e ragazzi-e che, al paese per le vacanze,
avevano bisogno di qualcuno che traducesse per loro. E spesso questo
era fonte di vergogna, era vissuto peggio del non conoscere
perfettamente l'italiano (per chi non lo conosceva perfettamente
ovviamente).
Molte
famiglie, inoltre, possono decidere di rientrare stabilmente al
paese, per vari motivi. E ho conosciuto ragazzi-e terrorizzati-e da
questa eventualità, non solo per il fatto di dover lasciare (ancora
una volta, per alcuni-e) amicizie, affetti e luoghi in Italia, ma per
il fatto di dover usare a scuola la loro lingua madre che magari non
sapevano leggere o scrivere. “Che figura ci faccio, a non saper
scrivere la mia lingua?”, mi dicevano.
Tralascio
il discorso sulle maggiori prospettive lavorative che potrebbero
esserci per chi parla due o più lingue, perchè abbastanza ovvio e
perchè entra nel discorso del “bilinguismo come ricchezza per la
società” che francamente mi lascia molto perplessa. Ma penso alla
ricchezza dei punti di vista, alle sfumature, ai concetti a volte
intraducibili che veicolano mondi e che, senza la lingua, non si
riescono ad afferrare.
Infine,
penso al razzismo. Mantenere la propria lingua madre può svolgere un
fattore protettivo contro la discriminazione e il razzismo.
Soprattutto nel mondo statunitense degli attivisti nelle comunità di
colore, questo concetto è noto: lo sviluppo di un forte senso di
appartenenza alla propria comunità attraverso il recupero di
tradizioni, storie e lingua, incentivato proprio all'interno delle
comunità storicamente discriminate, Neri Americani e Nativi
Americani in primis, viene considerato, a mio avviso a ragione, un
modo per difendersi dalle etero-definizioni di se stessi e dai
pregiudizi. Un modo per riprendersi il diritto di parola, di
esistenza, di dignità. Un modo per lottare contro il privilegio
bianco, la discriminazione, il razzismo come sistema di potere e
oppressione.
Anche
considerate le differenze rispetto alla situazione italiana e alla
storia italiana (ma tenendo ben presenti tutte le rimozioni storiche
che patiamo, per esempio sul colonialismo italiano), credo che sia
necessario un ragionamento sulla lingua madre come strumento di
emancipazione e resistenza all'oppressione da parte dei-delle giovani
che hanno (o avrebbero) una lingua madre diversa dall'italiano.
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