29 agosto 2019

COSA DIREI ALLE INSEGNANTI DI QUELLA BAMBINA CHE NON PARLAVA CINESE


Premessa: ogni persona e ogni storia sono diverse. Mi sento di dire che il mantenimento e lo sviluppo della propria lingua madre sono fondamentali per la maggior parte delle persone nella maggior parte delle situazioni. Ci sono però situazioni particolari, e penso per esempio ai bambini e bambine che sono stati adottati, in cui la questione della lingua madre deve essere affrontata in modo più specifico. Lo faremo.

Ieri ero al parco, nella zona dei giochi. E' arrivata una famiglia cinese o italo-cinese (il fatto che una persona non bianca non sia di nazionalità italiana è un altro stereotipo da combattere) composta da padre, madre, una bambina e un bambino. La bambina avrà avuto circa 8 anni, il bambino un paio in meno. La bambina e il bambino parlavano italiano ( e qui avrei voluto aggiungere “in modo, direi, perfetto”, cadendo nella visione stereotipata della persona non bianca che è “strano” che parli bene italiano) fra loro e anche con i genitori. Il padre, che era l'adulto che interagiva maggiormente con loro, aveva però delle forti difficoltà nel parlare italiano (anche la madre, è risultato poi), perciò in un paio di occasioni ha parlato con la bambina e il bambino in cinese. Finchè la bambina gli ha detto, né arrabbiata né infastidita, ma come se fosse un dato di fatto, continuando a giocare: “Mi parli in cinese, ma perchè, io non lo capisco!”.

Io non so se la bambina l'abbia detto perchè davvero non capisce il cinese, o perchè era in un luogo in cui lei presumeva si dovesse parlare solo italiano, o perchè c'era un pubblico di persone che parlavano italiano che ascoltava. E non so come si sia sentito il padre; se gli abbia fatto male, se gli abbia dato fastidio, se l'abbia accolto con rassegnazione come il prezzo da pagare per “integrarsi” (odio questa parola, intendiamoci), se l'orgoglio per l'italiano parlato dalla figlia fosse stato più forte di tutte le preoccupazioni.
Io non so che lingua parlino a casa, come riescano a comunicare se veramente una lingua in comune non c'è; o, se c'è, che rapporti abbiano la bambina e il bambino con questa lingua, con i genitori che parlano questa lingua.
Anche mi chiedo, ammettendo che la bambina davvero il cinese non lo sappia, cosa succederà quando qualcuno la prenderà in giro (e succederà) per le sue caratteristiche fisiche o farà una battuta razzista? E cosa succederà (e succederà) quando qualche amico-a cinese si stupirà del fatto che non parli il cinese e la prenderà in giro per questo?

Avrei voluto dire tante cose a quella bambina, a suo fratello e ai suoi genitori. Non l'ho fatto, ovviamente. Un'altra persona bianca, mai vista e mai conosciuta, che ti dice cosa è meglio o non è meglio per te e la tua famiglia. Lasciamo perdere.

Però ho pensato alle sue insegnanti. Mi sono chiesta se mai le abbiano domandato della sua lingua madre, delle lingue che conosce, delle lingue che i suoi genitori conoscono; se le abbiano mai parlato di bilinguismo, di potere delle parole, di parole intraducibili, di sfumature, di storie.

E alle sue insegnanti, usando un autorevole linguaggio tecnico, avrei detto questo:

Avete mai pensato che per un vostro studente e studentessa può essere di importanza vitale mantenere, sviluppare e vedere valorizzata la propria lingua madre, e le persone che la parlano? Avete mai pensato che, a parte il discorso strumentale dell'acquisizione dell'italiano (che probabilmente non conoscevate ma di cui parlo qui, qui e qui), la lingua madre è un tassello importante per la costruzione dell'identità e del modo di vedersi e stare nel mondo?

Per prima cosa, padroneggiare la propria lingua madre permette di mantenere aperta la comunicazione fra figli-e, genitori ed altri familiari attraverso l'uso di una lingua comune ricca, adatta all'espressione di sentimenti, emozioni, bisogni profondi, desideri. Spesso l'italiano non è padroneggiato da tutti i membri della famiglia nello stesso modo, anche se tutti vivono in Italia. Spesso per i genitori venuti da altri paesi l'italiano è la lingua del lavoro, della burocrazia, delle attività fuori casa, non è la lingua con cui trasmettere valori, tradizioni, modi di vivere, punti di vista, sentimenti. Se i figli-e non conoscono la lingua madre propria e dei propri genitori, questa relazione, questo scambio, può bloccarsi. Ma non solo: di fronte a genitori spesso meno competenti di loro in italiano, e continuamente sviliti dalla società, non riconosciuti nelle proprie esperienze anche lavorative o di studio, i bambini-e e ragazzi-e possono pensare che i propri genitori e familiari non valgano niente, che siano portatori di conoscenze inutili, che siano inferiori. Possono vergognarsi delle proprie famiglie, delle proprie radici; possono volerle nascondere, mimetizzandosi, fingendo di essere quello che non sono, eliminando pezzi di sé, in operazioni faticose e terribili. Con questo non voglio dire che sia necessario fare proprie acriticamente tradizioni e idee di cui la propria famiglia o la propria comunità è portatrice; ma è solo conoscendole e confrontandosi con esse che ci si costruisce una identità positiva. Ecco perchè la conoscenza della lingua madre è un tassello importante per la costruzione della propria identità e delle proprie appartenenze.

Pensiamo poi alla difficoltà, per chi non conosce la propria lingua madre o quella dei propri genitori, quando rientra al paese d'origine proprio o della propria famiglia: non poter comunicare con i familiari, essere tagliato fuori dalle conversazioni, non potersi muovere liberamente in uno spazio che dovrebbe essere o si vorrebbe familiare. Ho conosciuto bambini-e e ragazzi-e che, al paese per le vacanze, avevano bisogno di qualcuno che traducesse per loro. E spesso questo era fonte di vergogna, era vissuto peggio del non conoscere perfettamente l'italiano (per chi non lo conosceva perfettamente ovviamente).
Molte famiglie, inoltre, possono decidere di rientrare stabilmente al paese, per vari motivi. E ho conosciuto ragazzi-e terrorizzati-e da questa eventualità, non solo per il fatto di dover lasciare (ancora una volta, per alcuni-e) amicizie, affetti e luoghi in Italia, ma per il fatto di dover usare a scuola la loro lingua madre che magari non sapevano leggere o scrivere. “Che figura ci faccio, a non saper scrivere la mia lingua?”, mi dicevano.

Tralascio il discorso sulle maggiori prospettive lavorative che potrebbero esserci per chi parla due o più lingue, perchè abbastanza ovvio e perchè entra nel discorso del “bilinguismo come ricchezza per la società” che francamente mi lascia molto perplessa. Ma penso alla ricchezza dei punti di vista, alle sfumature, ai concetti a volte intraducibili che veicolano mondi e che, senza la lingua, non si riescono ad afferrare.

Infine, penso al razzismo. Mantenere la propria lingua madre può svolgere un fattore protettivo contro la discriminazione e il razzismo. Soprattutto nel mondo statunitense degli attivisti nelle comunità di colore, questo concetto è noto: lo sviluppo di un forte senso di appartenenza alla propria comunità attraverso il recupero di tradizioni, storie e lingua, incentivato proprio all'interno delle comunità storicamente discriminate, Neri Americani e Nativi Americani in primis, viene considerato, a mio avviso a ragione, un modo per difendersi dalle etero-definizioni di se stessi e dai pregiudizi. Un modo per riprendersi il diritto di parola, di esistenza, di dignità. Un modo per lottare contro il privilegio bianco, la discriminazione, il razzismo come sistema di potere e oppressione.

Anche considerate le differenze rispetto alla situazione italiana e alla storia italiana (ma tenendo ben presenti tutte le rimozioni storiche che patiamo, per esempio sul colonialismo italiano), credo che sia necessario un ragionamento sulla lingua madre come strumento di emancipazione e resistenza all'oppressione da parte dei-delle giovani che hanno (o avrebbero) una lingua madre diversa dall'italiano.





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