Nota:
parlerò qui dei soli aspetti legati all'acquisizione linguistica,
senza riferirmi alle questioni relative alla costruzione
dell'identità e di una positiva rappresentazione di sé, che sono
tematiche forse ancora più importanti ma che tratterò altrove.
Alcuni
anni fa, a scuola, ho iniziato a notare un fatto: molti ragazzi e
ragazze che non conoscevano l'italiano ma avevano solide competenze
nella loro lingua madre, sia orale che scritta, riuscivano nel giro
di qualche anno a raggiungere alti livelli in italiano, non solo
nell'interazione quotidiana ma soprattutto nel suo aspetto accademico
(leggere testi complessi, argomentare su temi complessi sia oralmente
che per iscritto). La possibilità di ricevere un supporto educativo
di qualità nell'acquisizione dell'italiano fin dalle fasi iniziali
del percorso era ovviamente cruciale, ma le competenze in lingua
madre si rivelavano essenziali (vedi qui).
Ma non
c'era solo questo: molti-e di questi ragazzi-e riuscivano a ottenere
alte competenze nell'aspetto accademico della lingua più velocemente
e con risultati migliori rispetto ad altri studenti e studentesse di
madrelingua non italiana che erano stati quasi interamente
socializzati e scolarizzati in Italia e che non avevano avuto modo di
sviluppare competenze alte nella loro lingua madre. Non era così per
tutti-e, ovviamente, ma succedeva molto spesso. Mi chiedevo: si
trattava solo di particolarità individuali? C'erano punti in comune
tra le diverse situazioni?
Ho
cercato delle risposte. Ho pensato si trattasse di status sociale ed
economico dei genitori, di scolarizzazione dei genitori, di
competenze in italiano dei genitori, di tipo di scuola scelta; ho
messo per iscritto i frutti di questa ricerca (che trovate qui).
Ma ero
fuoristrada. Non che quei fattori non possano avere in alcuni casi
una loro valenza, ma si trattava di risposte parziali, a volte
fuorvianti.
In
Power and Pedagogy: Bilingual Children in the Crossfire di J.
Cummins ho trovato delle risposte. Secondo Cummins, più dello
status socio-economico della famiglia, più del livello di
scolarizzazione dei genitori, è la quantità e qualità di
istruzione formale ricevuta nella propria lingua madre a permettere
di padroneggiare la seconda lingua a livelli alti. Non solo, dice
Cummins, le competenze in lingua madre rappresentano una base molto
importante su cui costruire l'acquisizione di una nuova lingua, ma
c'è una relazione più forte tra le competenze in lettura nella
lingua madre e le competenze in lettura nella lingua seconda di
quella esistente tra le competenze nella conversazione (quelle
che in letteratura sono chiamate Basic Interpersonal Communicative
Skills) e nella lettura nella lingua seconda. Detto
altrimenti, chi sa leggere a un buon livello nella propria lingua
madre ha più probabilità di riuscire a leggere testi complessi
nella seconda lingua rapidamente e con profitto (tenuta in conto
l'importanza di avere buone basi nella lingua che si sta imparando)
rispetto a chi sa interagire con disinvoltura su argomenti abituali
nella seconda lingua ma non ha competenze in lettura nella propria
lingua madre. Ricerche effettuate su studenti messicani negli Usa,
per esempio, mostrano che quelli scolarizzati nel proprio paese e poi
entrati nel sistema scolastico statunitense ottenevano risultati
migliori di quelli scolarizzati interamente negli Stati Uniti, perchè
avevano acquisito i fondamenti del linguaggio accademico nella loro
lingua madre ed erano così in grado di trasferire queste abilità
nella lettura, comprensione e scrittura di testi complessi in
inglese.
Ora,
cosa succede nelle scuole italiane? Succede che ci sono migliaia
di studenti e studentesse di madrelingua diversa dall'italiano a cui
non solo non vengono date le possibilità di sviluppare ulteriormente, più di quanto possano già fare a casa, le proprie
competenze in lingua madre, ma a cui viene detto di abbandonarla.
E c'è
di più. Non solo viene detto loro di eliminare la loro lingua madre
(o viene fatto in modo che la eliminino attraverso una sua
persistente “invisibilizzazione” e svalutazione); spesso non
viene neanche assicurato loro un supporto adeguato per acquisire
l'italiano nel caso in cui ancora non lo capiscano/parlino o nel caso
in cui abbiano bisogno di sviluppare gli aspetti accademici della
lingua. Un giorno una ragazza mi ha detto: “Boh, a me sembra di
non sapere bene né l'arabo né l'italiano”, e temo avesse ragione.
Per
questi casi esiste in letteratura la nozione di semilinguismo, cioè
il mancato sviluppo di entrambe le lingue a causa di supporti
educativi inadeguati. La nozione di semilinguismo è stata anche
criticata, tra gli altri dallo stesso Cummins, perchè può sembrare
far ricadere le colpe di questa mancanza sull'individuo, come se non
fosse abbastanza intelligente, o non si fosse impegnato abbastanza, o
sul gruppo etnico/linguistico di appartenenza, diventando quindi
veicolo di stereotipi. Oggetto di critica è stata anche l'enfasi
posta sull'aspetto accademico della lingua e sulla lingua veicolata
dalla scuola, in particolare scritta, come se fossero intrinsecamente
superiori nel valore rispetto alla lingua orale parlata a casa o come se lingue con tradizioni esclusivamente orali siano inferiori rispetto alle lingue anche scritte. Si tratta di critiche importanti, che mirano a svelare classismo e razzismo potenzialmente nascosti anche nelle teorie linguistiche. D'altra parte, credo che sia la controversa nozione di
semilinguismo sia quella di bilinguismo sotttrattivo (di cui Cummins
parla velocemente qui -in inglese) possano essere strumenti utili nello spiegare una realtà linguistica vissuta da alcuni-e, soprattutto nel momento in cui puntano il dito contro l'inadeguatezza del sistema di
istruzione, evidenziando come le responsabilità non siano individuali ma
educative e, in ultima analisi, sociopolitiche.
Non
intendo qui dire che tutte le persone che hanno, per qualche motivo,
abbandonato la loro lingua madre1
non riusciranno mai a padroneggiare un'altra lingua a livello alto,
sia chiaro.
Solo
credo che dovremmo chiederci che effetti nocivi ha, anche solo dal
punto di vista linguistico e cognitivo (cioè senza soffermarci
sull'aspetto di costruzione dell'identità), il fatto di stare
scolarizzando migliaia di studenti e studentesse bilingui (o bilingui
emergenti, o potenzialmente bilingui) in una lingua sola, cercando
in ogni modo di annullare la loro lingua madre e/o facendo finta che non
esista, sottraendo loro tutti i benefici linguistici e cognitivi che
otterrebbero dal suo sviluppo.
1 Per
esempio, del complesso rapporto tra bambini-e e ragazzi-e
adottati-e, loro lingua madre e lingua seconda (o seconda lingua
madre, come si trova in letteratura) parliamo altrove.
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