24 agosto 2019

PERCHE' CONSIGLIARE (O COSTRINGERE) A BAMBINI-E E RAGAZZI-E DI ABBANDONARE LA PROPRIA LINGUA MADRE E' SBAGLIATO. E CONTROPRODUCENTE. E PERICOLOSO.


Nota: parlerò qui dei soli aspetti legati all'acquisizione linguistica, senza riferirmi alle questioni relative alla costruzione dell'identità e di una positiva rappresentazione di sé, che sono tematiche forse ancora più importanti ma che tratterò altrove.

Alcuni anni fa, a scuola, ho iniziato a notare un fatto: molti ragazzi e ragazze che non conoscevano l'italiano ma avevano solide competenze nella loro lingua madre, sia orale che scritta, riuscivano nel giro di qualche anno a raggiungere alti livelli in italiano, non solo nell'interazione quotidiana ma soprattutto nel suo aspetto accademico (leggere testi complessi, argomentare su temi complessi sia oralmente che per iscritto). La possibilità di ricevere un supporto educativo di qualità nell'acquisizione dell'italiano fin dalle fasi iniziali del percorso era ovviamente cruciale, ma le competenze in lingua madre si rivelavano essenziali (vedi qui).
Ma non c'era solo questo: molti-e di questi ragazzi-e riuscivano a ottenere alte competenze nell'aspetto accademico della lingua più velocemente e con risultati migliori rispetto ad altri studenti e studentesse di madrelingua non italiana che erano stati quasi interamente socializzati e scolarizzati in Italia e che non avevano avuto modo di sviluppare competenze alte nella loro lingua madre. Non era così per tutti-e, ovviamente, ma succedeva molto spesso. Mi chiedevo: si trattava solo di particolarità individuali? C'erano punti in comune tra le diverse situazioni?
Ho cercato delle risposte. Ho pensato si trattasse di status sociale ed economico dei genitori, di scolarizzazione dei genitori, di competenze in italiano dei genitori, di tipo di scuola scelta; ho messo per iscritto i frutti di questa ricerca (che trovate qui).
Ma ero fuoristrada. Non che quei fattori non possano avere in alcuni casi una loro valenza, ma si trattava di risposte parziali, a volte fuorvianti.
In Power and Pedagogy: Bilingual Children in the Crossfire di J. Cummins ho trovato delle risposte. Secondo Cummins, più dello status socio-economico della famiglia, più del livello di scolarizzazione dei genitori, è la quantità e qualità di istruzione formale ricevuta nella propria lingua madre a permettere di padroneggiare la seconda lingua a livelli alti. Non solo, dice Cummins, le competenze in lingua madre rappresentano una base molto importante su cui costruire l'acquisizione di una nuova lingua, ma c'è una relazione più forte tra le competenze in lettura nella lingua madre e le competenze in lettura nella lingua seconda di quella esistente tra le competenze nella conversazione (quelle che in letteratura sono chiamate Basic Interpersonal Communicative Skills) e nella lettura nella lingua seconda. Detto altrimenti, chi sa leggere a un buon livello nella propria lingua madre ha più probabilità di riuscire a leggere testi complessi nella seconda lingua rapidamente e con profitto (tenuta in conto l'importanza di avere buone basi nella lingua che si sta imparando) rispetto a chi sa interagire con disinvoltura su argomenti abituali nella seconda lingua ma non ha competenze in lettura nella propria lingua madre. Ricerche effettuate su studenti messicani negli Usa, per esempio, mostrano che quelli scolarizzati nel proprio paese e poi entrati nel sistema scolastico statunitense ottenevano risultati migliori di quelli scolarizzati interamente negli Stati Uniti, perchè avevano acquisito i fondamenti del linguaggio accademico nella loro lingua madre ed erano così in grado di trasferire queste abilità nella lettura, comprensione e scrittura di testi complessi in inglese.

Ora, cosa succede nelle scuole italiane? Succede che ci sono migliaia di studenti e studentesse di madrelingua diversa dall'italiano a cui non solo non vengono date le possibilità di sviluppare ulteriormente, più di quanto possano già fare a casa, le proprie competenze in lingua madre, ma a cui viene detto di abbandonarla.
E c'è di più. Non solo viene detto loro di eliminare la loro lingua madre (o viene fatto in modo che la eliminino attraverso una sua persistente “invisibilizzazione” e svalutazione); spesso non viene neanche assicurato loro un supporto adeguato per acquisire l'italiano nel caso in cui ancora non lo capiscano/parlino o nel caso in cui abbiano bisogno di sviluppare gli aspetti accademici della lingua. Un giorno una ragazza mi ha detto: “Boh, a me sembra di non sapere bene né l'arabo né l'italiano”, e temo avesse ragione.
Per questi casi esiste in letteratura la nozione di semilinguismo, cioè il mancato sviluppo di entrambe le lingue a causa di supporti educativi inadeguati. La nozione di semilinguismo è stata anche criticata, tra gli altri dallo stesso Cummins, perchè può sembrare far ricadere le colpe di questa mancanza sull'individuo, come se non fosse abbastanza intelligente, o non si fosse impegnato abbastanza, o sul gruppo etnico/linguistico di appartenenza, diventando quindi veicolo di stereotipi. Oggetto di critica è stata anche l'enfasi posta sull'aspetto accademico della lingua e sulla lingua veicolata dalla scuola, in particolare scritta, come se fossero intrinsecamente superiori nel valore rispetto alla lingua orale parlata a casa o come se lingue con tradizioni esclusivamente orali siano inferiori rispetto alle lingue anche scritte. Si tratta di critiche importanti, che mirano a svelare classismo e razzismo potenzialmente nascosti anche nelle teorie linguistiche. D'altra parte, credo che sia la controversa nozione di semilinguismo sia quella di bilinguismo sotttrattivo (di cui Cummins parla velocemente qui -in inglese) possano essere strumenti utili nello spiegare una realtà linguistica vissuta da alcuni-e, soprattutto nel momento in cui puntano il dito contro l'inadeguatezza del sistema di istruzione, evidenziando come le responsabilità non siano individuali ma educative e, in ultima analisi, sociopolitiche.


Non intendo qui dire che tutte le persone che hanno, per qualche motivo, abbandonato la loro lingua madre1 non riusciranno mai a padroneggiare un'altra lingua a livello alto, sia chiaro.
Solo credo che dovremmo chiederci che effetti nocivi ha, anche solo dal punto di vista linguistico e cognitivo (cioè senza soffermarci sull'aspetto di costruzione dell'identità), il fatto di stare scolarizzando migliaia di studenti e studentesse bilingui (o bilingui emergenti, o potenzialmente bilingui) in una lingua sola, cercando in ogni modo di annullare la loro lingua madre e/o facendo finta che non esista, sottraendo loro tutti i benefici linguistici e cognitivi che otterrebbero dal suo sviluppo.

1 Per esempio, del complesso rapporto tra bambini-e e ragazzi-e adottati-e, loro lingua madre e lingua seconda (o seconda lingua madre, come si trova in letteratura) parliamo altrove.

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