Ci
sono dei libri che godono di una fama, a mio avviso, inspiegabile.
Da
qualche tempo mi interesso ai libri per bambini-e e ragazzi-e, sia
albi illustrati che romanzi. In particolare, sto lavorando alla
creazione di una bibliografia di libri che propongano visioni
non-stereotipate ed emancipanti di persone nere o di colore, di
persone che parlano lingue diverse dall'italiano, di persone con
famiglie non conformi a quella che si ritiene la norma, di persone
LGBTQ+, di persone con disabilità, ecc...
In
molte liste di libri “per l'intercultura” o “per l'inclusione”
(che già sono parole talmente abusate e svuotate di ogni valore
positivo che non riesco più a pronunciarle) ho trovato citati
diversi romanzi scritti da Marie-Aude Murail. Non avevo mai avuto
occasione di leggerli, e l'ho fatto. Si tratta di Cécile. Il
futuro è per tutti, Mio fratello Simple e Oh, Boy!
Il
primo, Cécile. Il futuro è per tutti, dovrebbe riguardare
l'argomento discriminazione e razzismo; il secondo, Mio fratello
Simple, dovrebbe trattare il rispetto per la disabilità; il
terzo, Oh, Boy!, riguarda la diversità familiare, dal momento
che i bambini-e protagonisti-e sono rimasti senza famiglia e devono
essere dati in affidamento/adozione, ma si riferisce anche
all'omosessualità e al tema della malattia.
Non
sto qui a riassumere le trame, che si trovano facilmente. Né a
commentare lo stile dell'autrice, anche perchè non li ho letti in
lingua originale.
Il
problema è che vengono spesso consigliati come letture autonome per
adolescenti, ma a mio avviso presentano narrazioni altamente
problematiche, sotto diversi punti di vista, della diversità
razziale, della diversità di genere, della disabilità, narrazioni
molto lontane da ciò che io (almeno) ritengo possa contribuire a
costruire nei ragazzi e ragazze rispettivamente bianchi-e, non LGBTQ+
e non disabili un modo positivo per rapportarsi con le diversità, e
al tempo stesso narrazioni svilenti e oppressive per chi invece può
identificarsi con i personaggi.
Premetto
che quasi tutte le recensioni dei suddetti romanzi che ho trovato
sono positive; pare che solo io veda diversi punti problematici, che
sono i seguenti:
Primo
punto problematico: il linguaggio. E' vero, li ho letti in
traduzione, quindi non posso giudicare le scelte linguistiche
dell'autrice. Ma li ho letti nella lingua in cui molti ragazzi e
ragazze a scuola in Italia (purtroppo per il bilinguismo, mi viene da
dire) li leggerebbero. Nei testi sono presenti, in modo estensivo e
ripetuto, termini come “ne***” (senza asterischi), “ritardato mentale”,
“idiota”, “finocchio”, messi in bocca a diversi personaggi,
in riferimento a se stessi o ad altri. Senza che nessun altro
personaggio ribatta contro l'uso insultante di questi termini, questo
è il punto. Termini che quindi scivolano dentro come se fossero
parole accettabili da ascoltare e da dire. Quando una reazione c'è,
è solo il silenzio, l'imbarazzo, il far finta di niente. Da
confrontare con, per esempio, la reazione all'uso del termine
“handicappato” nel romanzo di Jason Reynolds Niente paura,
Little Wood, in cui un altro personaggio, sentito il termine,
ribatte evidenziatone la natura insultante. Non sto dicendo che
devono esistere delle parole tabù; dico che passare sotto silenzio
l'uso di questi termini significa accettarli, dare loro agibilità,
che è il contrario di quello che si dovrebbe fare, soprattutto se
consigliati come letture per adolescenti.
Secondo
punto problematico: il punto di vista. In tutti e tre i romanzi ci
sono due tipi di personaggi: quelli socialmente e culturalmente
accettati come “normali”, per esempio l'insegnante, l'assistente
sociale, il preside, lo studente universitario, e personaggi che
presentano elementi di diversità rispetto a questa norma (neri,
immigrati, gay, con disabilità) e che hanno difficoltà o creano
problemi. Tutti e tre i romanzi sono scritti dal punto di vista dei
personaggi socialmente accettati come “normali”, cioè con
maggior potere. Per esempio, Cécile. Il futuro è per tutti
tratta di alcuni bambini-e ivoriani e della loro famiglia e di una
serie di difficoltà che incontrano a scuola e nella vita. Il punto
di vista è quello della loro insegnante, bianca (che adesso, mentre
scrivo, non sono sicura che da qualche parte nel libro sia scritto
che è bianca, ma leggendolo mi sembrava scontato) . Oh, Boy!
narra la storia di tre bambini-e a cui è morta la madre e che devono
essere dati in affidamento, e di un loro fratello gay che, dopo
diverse vicissitudini, accetta (a malincuore, in realtà, e questo
per me è tristissimo – ma d'altronde triste e miserabile è tutta
la narrazione intorno al discorso dell'affidamento/adozione) di
prendersene cura, ma la prospettiva è quella dell'assistente sociale
cisgender, e i bambini-e, che pure potrebbero essere personaggi
interessanti, non hanno praticamente voce. Mio fratello Simple
narra di un ragazzo con autismo ma ovviamente il punto di vista è
quello del fratello, non autistico. Insomma, il punto di vista e le
prospettive delle persone che dovrebbero essere al centro della
storia non compaiono quasi mai. Come spesso succede nelle storie su
persone nere, di colore, disabili, LGBTQ+ scritte da persone bianche,
non disabili, cisgender. Una perfetta rappresentazione del sistema di
potere e delle sue dinamiche, direi.
Terzo
punto problematico: gli stereotipi. Questi testi sono un incredibile
ricettacolo di stereotipi e pregiudizi. Alcuni esempi in ordine
sparso:
- in
Oh, Boy!, c'è il personaggio gay che cambia spesso partner, che
non ha voglia di lavorare, che mente, che si disinteressa a tutto e
tutti. E' vero, alla fine decide di prendersi cura del fratello, ma
senza presa di coscienza, quanto piuttosto per pietà per il fratello
malato, che comunque è percepito come una rottura di scatole.
- in
Cécile. Il futuro è per tutti i bambini e bambine ivoriani
sono poveri, senza vestiti adatti per il freddo (vestiti che vengono
loro prontamente forniti da insegnanti e benefattori bianchi, in
perfetta esemplificazione del white savior complex).
-
sempre in Cécile. Il futuro è per tutti, è rappresentata la
famiglia ivoriana senza documenti, che vive occupando un edificio
(non che ci sia nulla di male in questo, ovviamente), le cui
condizioni di vita sono descritte con tutti gli stereotipi evocanti
sciatteria e disinteresse per le proprie condizioni materiali. E
ancora, i genitori ivoriani non sembrano mostrare preoccupazione per
il presente e il futuro dei figli e figlie, i quali hanno vestiti non
adatti, mangiano dividendosi il pane preso in mensa, i quali
nonostante la scuola sia lontana devono fare tutta la strada a piedi
e l'unica volta che prendono un autobus è perchè il preside, bianco
e impietosito, paga loro il biglietto
- in
Mio fratello Simple, uno dei protagonisti è descritto “con
l'intelligenza di un bambino di tre anni”, che combina solo guai,
che non ha interessi o occupazioni, a parte una ossessione per un
coniglio di peluche che, ovviamente, viene derisa da tutti gli altri
personaggi e dal fratello.
E
questo ci porta all'ultimo punto problematico: non c'è traccia, in
nessuno dei tre romanzi, della volontà o capacità dei diretti
interessati di risolvere le proprie situazioni di difficoltà. I
personaggi che potrebbero interessarsi alle proprie vicende e trovare
loro stessi soluzioni in un'ottica di empowerment sono invece resi
come completamente passivi, in quanto bloccati appunto nel loro
stereotipo. La “salvezza” viene sempre da altri: le maestre, il
preside, l'assistente sociale, il ragazzo “no global”, tutti
ovviamente bianchi, cisgender, non diversamente abili, anch'essi resi
in maniera stereotipata. Un esempio: in Cécile. Il futuro è per
tutti, di fronte al rischio di essere deportati nel paese da cui
sono fuggiti (a causa di una guerra di cui non vengono spiegate cause
e connessioni con le strutture di potere e con il colonialismo – il
che rientra nella narrazione dell'Africa come un “luogo di stupendi
panorami, bellissimi animali, e persone incomprensibili che
combattono guerre insensate, che muoiono di povertà e Aids, incapaci
di parlare per se stesse, in attesa di essere salvate da un gentile
forestiero bianco”, come dice Chimamanda Ngozi Adichie), i genitori
ivoriani, che per tutto il romanzo sono stati invisibili, l'unica
volta in cui parlano è per proporre come soluzione quella di
lanciarsi dal balcone per menomarsi e avere così il rinnovo dei
documenti, come hanno sentito raccontare da un compaesano. Neanche
quando vengono allontanati dai figli e dalle figlie viene data loro
una reazione, se non l'isteria della madre e il suo imbambolarsi
davanti alla tv. Altro che empowerment.
Da
notare infine, sia in Oh, Boy! che in Mio fratello Simple,
la descrizione di comportamenti sessisti e di violenza sulle donne
(un bacio non voluto in Mio fratello Simple, veri e propri
maltrattamenti su una donna da parte del marito in Oh, Boy!)
non problematizzati da nessun personaggio, a cui quindi viene data
piena agibilità.
Allora,
detto tutto ciò, mi chiedo: c'è bisogno di libri come questi? In molte recensioni che ho letto è scritto che affrontano tematiche pesanti in modo leggero e divertente. Io non li ho trovati leggeri e divertenti. Io ho trovato banalizzate tematiche importanti che fanno riferimento a esperienze che persone vivono in modo doloroso sulla propria pelle (razzismo, omofobia, abilismo).
C'è bisogno che gli adolescenti leggano storie come queste? Le storie
servono ai ragazzi-e perchè sono Mirrors & Windows, specchi e
finestre, perchè in esse ci si può vedere rappresentati o si può
conoscere qualcosa di altro da sé. E allora come si rispecchia per
esempio in Cécile. Il futuro è per tutti un ragazzo-a di
origine ivoriana/africana? O un ragazzo gay in Oh, Boy! ? O un
ragazzo con autismo o disabilità in Mio fratello Simple? E
chi non è ivoriano/africano, gay, diversamente abile, cosa impara di
questi mondi, di queste esperienze? E cosa impara di se stesso-a?
Ma io
vi consiglio di leggerli. Di leggerli con la lente dello stereotipo, di andarci a cercare lo stereotipo, e anche il privilegio della
persona bianca, cisgender, non diversamente abile. Di problematizzarli, di usarli come
materiale di studio. Pensiamo davvero che libri come questi possano permettere ai ragazzi e alle ragazze di costruire una
modalità positiva di rapportarsi alle differenze o di costruire la
propria identità?
C'è di meglio (alle prossime recensioni!).
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