17 settembre 2019

RECENSIONE: TRE LIBRI DI MARIE-AUDE MURAIL. C'E' BISOGNO DI LIBRI COME QUESTI PER RACCONTARE LA DIVERSITA' RAZZIALE/DI GENERE/DI ABILITA'?


Ci sono dei libri che godono di una fama, a mio avviso, inspiegabile.

Da qualche tempo mi interesso ai libri per bambini-e e ragazzi-e, sia albi illustrati che romanzi. In particolare, sto lavorando alla creazione di una bibliografia di libri che propongano visioni non-stereotipate ed emancipanti di persone nere o di colore, di persone che parlano lingue diverse dall'italiano, di persone con famiglie non conformi a quella che si ritiene la norma, di persone LGBTQ+, di persone con disabilità, ecc...
In molte liste di libri “per l'intercultura” o “per l'inclusione” (che già sono parole talmente abusate e svuotate di ogni valore positivo che non riesco più a pronunciarle) ho trovato citati diversi romanzi scritti da Marie-Aude Murail. Non avevo mai avuto occasione di leggerli, e l'ho fatto. Si tratta di Cécile. Il futuro è per tutti, Mio fratello Simple e Oh, Boy!
Il primo, Cécile. Il futuro è per tutti, dovrebbe riguardare l'argomento discriminazione e razzismo; il secondo, Mio fratello Simple, dovrebbe trattare il rispetto per la disabilità; il terzo, Oh, Boy!, riguarda la diversità familiare, dal momento che i bambini-e protagonisti-e sono rimasti senza famiglia e devono essere dati in affidamento/adozione, ma si riferisce anche all'omosessualità e al tema della malattia.
Non sto qui a riassumere le trame, che si trovano facilmente. Né a commentare lo stile dell'autrice, anche perchè non li ho letti in lingua originale.
Il problema è che vengono spesso consigliati come letture autonome per adolescenti, ma a mio avviso presentano narrazioni altamente problematiche, sotto diversi punti di vista, della diversità razziale, della diversità di genere, della disabilità, narrazioni molto lontane da ciò che io (almeno) ritengo possa contribuire a costruire nei ragazzi e ragazze rispettivamente bianchi-e, non LGBTQ+ e non disabili un modo positivo per rapportarsi con le diversità, e al tempo stesso narrazioni svilenti e oppressive per chi invece può identificarsi con i personaggi.
Premetto che quasi tutte le recensioni dei suddetti romanzi che ho trovato sono positive; pare che solo io veda diversi punti problematici, che sono i seguenti:

Primo punto problematico: il linguaggio. E' vero, li ho letti in traduzione, quindi non posso giudicare le scelte linguistiche dell'autrice. Ma li ho letti nella lingua in cui molti ragazzi e ragazze a scuola in Italia (purtroppo per il bilinguismo, mi viene da dire) li leggerebbero. Nei testi sono presenti, in modo estensivo e ripetuto, termini come “ne***” (senza asterischi), “ritardato mentale”, “idiota”, “finocchio”, messi in bocca a diversi personaggi, in riferimento a se stessi o ad altri. Senza che nessun altro personaggio ribatta contro l'uso insultante di questi termini, questo è il punto. Termini che quindi scivolano dentro come se fossero parole accettabili da ascoltare e da dire. Quando una reazione c'è, è solo il silenzio, l'imbarazzo, il far finta di niente. Da confrontare con, per esempio, la reazione all'uso del termine “handicappato” nel romanzo di Jason Reynolds Niente paura, Little Wood, in cui un altro personaggio, sentito il termine, ribatte evidenziatone la natura insultante. Non sto dicendo che devono esistere delle parole tabù; dico che passare sotto silenzio l'uso di questi termini significa accettarli, dare loro agibilità, che è il contrario di quello che si dovrebbe fare, soprattutto se consigliati come letture per adolescenti.

Secondo punto problematico: il punto di vista. In tutti e tre i romanzi ci sono due tipi di personaggi: quelli socialmente e culturalmente accettati come “normali”, per esempio l'insegnante, l'assistente sociale, il preside, lo studente universitario, e personaggi che presentano elementi di diversità rispetto a questa norma (neri, immigrati, gay, con disabilità) e che hanno difficoltà o creano problemi. Tutti e tre i romanzi sono scritti dal punto di vista dei personaggi socialmente accettati come “normali”, cioè con maggior potere. Per esempio, Cécile. Il futuro è per tutti tratta di alcuni bambini-e ivoriani e della loro famiglia e di una serie di difficoltà che incontrano a scuola e nella vita. Il punto di vista è quello della loro insegnante, bianca (che adesso, mentre scrivo, non sono sicura che da qualche parte nel libro sia scritto che è bianca, ma leggendolo mi sembrava scontato) . Oh, Boy! narra la storia di tre bambini-e a cui è morta la madre e che devono essere dati in affidamento, e di un loro fratello gay che, dopo diverse vicissitudini, accetta (a malincuore, in realtà, e questo per me è tristissimo – ma d'altronde triste e miserabile è tutta la narrazione intorno al discorso dell'affidamento/adozione) di prendersene cura, ma la prospettiva è quella dell'assistente sociale cisgender, e i bambini-e, che pure potrebbero essere personaggi interessanti, non hanno praticamente voce. Mio fratello Simple narra di un ragazzo con autismo ma ovviamente il punto di vista è quello del fratello, non autistico. Insomma, il punto di vista e le prospettive delle persone che dovrebbero essere al centro della storia non compaiono quasi mai. Come spesso succede nelle storie su persone nere, di colore, disabili, LGBTQ+ scritte da persone bianche, non disabili, cisgender. Una perfetta rappresentazione del sistema di potere e delle sue dinamiche, direi.

Terzo punto problematico: gli stereotipi. Questi testi sono un incredibile ricettacolo di stereotipi e pregiudizi. Alcuni esempi in ordine sparso:
- in Oh, Boy!, c'è il personaggio gay che cambia spesso partner, che non ha voglia di lavorare, che mente, che si disinteressa a tutto e tutti. E' vero, alla fine decide di prendersi cura del fratello, ma senza presa di coscienza, quanto piuttosto per pietà per il fratello malato, che comunque è percepito come una rottura di scatole.
- in Cécile. Il futuro è per tutti i bambini e bambine ivoriani sono poveri, senza vestiti adatti per il freddo (vestiti che vengono loro prontamente forniti da insegnanti e benefattori bianchi, in perfetta esemplificazione del white savior complex).
- sempre in Cécile. Il futuro è per tutti, è rappresentata la famiglia ivoriana senza documenti, che vive occupando un edificio (non che ci sia nulla di male in questo, ovviamente), le cui condizioni di vita sono descritte con tutti gli stereotipi evocanti sciatteria e disinteresse per le proprie condizioni materiali. E ancora, i genitori ivoriani non sembrano mostrare preoccupazione per il presente e il futuro dei figli e figlie, i quali hanno vestiti non adatti, mangiano dividendosi il pane preso in mensa, i quali nonostante la scuola sia lontana devono fare tutta la strada a piedi e l'unica volta che prendono un autobus è perchè il preside, bianco e impietosito, paga loro il biglietto
- in Mio fratello Simple, uno dei protagonisti è descritto “con l'intelligenza di un bambino di tre anni”, che combina solo guai, che non ha interessi o occupazioni, a parte una ossessione per un coniglio di peluche che, ovviamente, viene derisa da tutti gli altri personaggi e dal fratello.

E questo ci porta all'ultimo punto problematico: non c'è traccia, in nessuno dei tre romanzi, della volontà o capacità dei diretti interessati di risolvere le proprie situazioni di difficoltà. I personaggi che potrebbero interessarsi alle proprie vicende e trovare loro stessi soluzioni in un'ottica di empowerment sono invece resi come completamente passivi, in quanto bloccati appunto nel loro stereotipo. La “salvezza” viene sempre da altri: le maestre, il preside, l'assistente sociale, il ragazzo “no global”, tutti ovviamente bianchi, cisgender, non diversamente abili, anch'essi resi in maniera stereotipata. Un esempio: in Cécile. Il futuro è per tutti, di fronte al rischio di essere deportati nel paese da cui sono fuggiti (a causa di una guerra di cui non vengono spiegate cause e connessioni con le strutture di potere e con il colonialismo – il che rientra nella narrazione dell'Africa come un “luogo di stupendi panorami, bellissimi animali, e persone incomprensibili che combattono guerre insensate, che muoiono di povertà e Aids, incapaci di parlare per se stesse, in attesa di essere salvate da un gentile forestiero bianco”, come dice Chimamanda Ngozi Adichie), i genitori ivoriani, che per tutto il romanzo sono stati invisibili, l'unica volta in cui parlano è per proporre come soluzione quella di lanciarsi dal balcone per menomarsi e avere così il rinnovo dei documenti, come hanno sentito raccontare da un compaesano. Neanche quando vengono allontanati dai figli e dalle figlie viene data loro una reazione, se non l'isteria della madre e il suo imbambolarsi davanti alla tv. Altro che empowerment.

Da notare infine, sia in Oh, Boy! che in Mio fratello Simple, la descrizione di comportamenti sessisti e di violenza sulle donne (un bacio non voluto in Mio fratello Simple, veri e propri maltrattamenti su una donna da parte del marito in Oh, Boy!) non problematizzati da nessun personaggio, a cui quindi viene data piena agibilità.

Allora, detto tutto ciò, mi chiedo: c'è bisogno di libri come questi?  In molte recensioni che ho letto è scritto che affrontano tematiche pesanti in modo leggero e divertente. Io non li ho trovati leggeri e divertenti. Io ho trovato banalizzate tematiche importanti che fanno riferimento a esperienze che persone vivono in modo doloroso sulla propria pelle (razzismo, omofobia, abilismo). 
C'è bisogno che gli adolescenti leggano storie come queste? Le storie servono ai ragazzi-e perchè sono Mirrors & Windows, specchi e finestre, perchè in esse ci si può vedere rappresentati o si può conoscere qualcosa di altro da sé. E allora come si rispecchia per esempio in Cécile. Il futuro è per tutti un ragazzo-a di origine ivoriana/africana? O un ragazzo gay in Oh, Boy! ? O un ragazzo con autismo o disabilità in Mio fratello Simple? E chi non è ivoriano/africano, gay, diversamente abile, cosa impara di questi mondi, di queste esperienze? E cosa impara di se stesso-a?

Ma io vi consiglio di leggerli. Di leggerli con la lente dello stereotipo, di andarci a cercare lo stereotipo, e anche il privilegio della persona bianca, cisgender, non diversamente abile. Di problematizzarli, di usarli come materiale di studio. Pensiamo davvero che libri come questi possano permettere ai ragazzi e alle ragazze di costruire una modalità positiva di rapportarsi alle differenze o di costruire la propria identità?
C'è di meglio (alle prossime recensioni!).

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