Di questo libro colpiscono subito le illustrazioni, esplosioni di colori forti, ben delineati, con cui si mescolano immagini realistiche ad altre fortemente simboliche.
Poi i personaggi: insieme a Wangari Maathai, la protagonista della storia, vediamo uomini neri e soprattutto donne nere, tutti-e raffigurati nei dettagli (diversi visi, vestiti, posture, attività), quindi nel loro essere individui e non figure stereotipate.
Il libro Wangari Maathai. The Woman Who Planted Millions of Trees, di Franck Prévot e Aurélia Fronty (versione in inglese della prima edizione francese) narra la storia di Wangari Maathai, nata in Kenya nel 1940 e fondatrice, insieme a gruppi di donne, del Green Belt Movement, un movimento popolare finalizzato alla conservazione dell'ambiente e al miglioramento della qualità di vita della popolazione del Kenya, in particolare delle donne. Dalla sua creazione nel 1976, il Green Belt Movement ha assistito le donne nel piantare più di 20 milioni di alberi. Questa ed altre attività sono valse a Wangari Maathai il Premio Nobel per la Pace nel 2004.
Il libro narra la sua infanzia sotto il dominio coloniale inglese (“gli Inglesi volevano la terra migliore per sè e volevano che i Keniani prendessero nomi cristiani. Ecco perché Wangari, durante la sua infanzia, era chiamata Miriam” -trad. mia), la possibilità di frequentare la scuola, l'università negli Stati Uniti, dove scoprì l’esistenza di un mondo bianco (“Per i successivi cinque anni, Wangari scoprì neve, foreste di grattacieli, e persone che non somigliavano per niente a lei” -trad. mia), le lotte degli Afroamericani contro la segregazione e e il razzismo (“Wangari scoprì inoltre che anche in un paese grande, libero e indipendente, alcuni posti erano vietati alle persone nere. Come da lei, alcune scuole erano solo per le persone bianche. Negli anni ‘60, gli Afroamericani, arrabbiati, chiedevano gli stessi diritti delle persone bianche” -trad. mia). Poi il rientro in Kenya, i primi gruppi di donne con cui piantare alberi, il carcere (“Fu umiliata, colpita, ferita e imprigionata diverse volte, ma non si arrese mai” -trad. mia) e l'esilio, fino alla elezione al Parlamento.
Il racconto delle sue vicende personali, quindi, si intreccia con la storia del Kenya e dell’Africa, del colonialismo, dello sfruttamento di persone e terre, della sete di ricchezza dei governanti, della repressione, ma anche con le lotte delle persone nere altrove.
Il testo, dal punto di vista del linguaggio e soprattutto dei rimandi storici, non è sempre facile, ma offre spunti preziosi per parlare con i bambini e le bambine di ambiente, oppressione, razzismo, lotta, comunità. Modificando un po' il testo durante la lettura io l'ho trovato adatto dai 5 anni, ma sicuramente con bambini e bambine più grandi le discussioni possono essere più approfondite.
Il testo quindi ha diversi punti a suo favore: ha una donna nera come figura centrale, rappresenta persone (nere e in particolare donne) che lottano per la preservazione dell'ambiente, contro la repressione e il razzismo, presenta diversi rimandi interessanti alla dominazione bianca e accenna a dinamiche di genere (“le bambine dovevano aiutare la propria madre prima di sposarsi e avere loro stesse dei figli e figlie” -trad. mia).
Rimane come punto problematico il porsi nell’ambito di quella ideologia dell'eroe/eroina di cui parlavo qui, che è però in parte mitigata dal sottolineare l’importanza della comunità, di donne in particolare, per agire il cambiamento. Altro punto che, nell'ambito di uno sguardo ai libri "con la lente del pregiudizio", potrebbe non giocare a suo favore è il non essere stato scritto e illustrato da persone nere.
Nonostante questo, un buon libro, con illustrazioni magistrali, in cui trovare una rappresentazione di sè o una immagine di altro da sè.



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