Ieri è stata la giornata
nazionale contro il bullismo.
A parte nutrire delle
perplessità circa il senso e l'efficacia di queste “giornate”,
credo che la nozione di bullismo sia fortemente problematica. E
spesso fuorviante.
La problematicità della
nozione di bullismo è esposta in modo chiaro in un contributo
contenuto nella raccolta Rethinking Sex, Gender and Sexuality
edita da Rethinking Schools,
casa editrice indipendente statunitense, nel 2016. Il titolo del
contributo di Lyn Mikel
Brown è “10
Ways to Move Beyond Bully Prevention (and Why We Should)” [“Dieci
modi per andare oltre la prevenzione del bullismo (e perchè dovremmo
farlo)”].
Si tratta di
una lettura molto istruttiva, che vado qui a sintetizzare,
consigliandovi di leggere l'originale (di cui non c'è traduzione in
italiano al momento).
Innanzitutto,
sostiene Brown, la nozione
di bullismo è problematica perchè categorizza, etichetta i
bambini-e e ragazzi-e come bulli, vittime e spettatori, negando la loro
complessità psicologica
ed emotiva, come se ci fosse qualcuno capace di fare solo del male e
qualcuno capace di fare solo del bene. La dicotomia buono/cattivo
quando si parla di persone è sempre pericolosa, come ci suggerisce
anche Robin diAngelo parlando di razzismo nel suo White
Fragility, in quanto non ci
permette di vedere la complessità delle dinamiche relazionali e le influenze del sistema. Chi
ha comportamenti prevaricatori o violenti in una situazione o in un
dato momento può essere stato in passato o essere in futuro vittima
di tali comportamenti, e vivecersa. Inoltre, continua Brown, rende
i bambini-e e i ragazzi-e l'unica fonte del problema,
annullando o sminuendo gli effetti delle ingiustizie sociali di cui i
bambini-e e ragazzi-e sono spettatori nella loro vita, così come il
ruolo dei genitori, degli/delle insegnanti, del sistema scolastico e
dei media.
Usare
la nozione di bullismo come nozione-ombrello sotto cui raggruppare
comportamenti diversi scaturiti da motivazioni diverse, inoltre,
impedisce di chiamare
questi comportamenti per ciò che sono, di nominarli accuratamente:
parlare di bullismo spesso impedisce di parlare di razzismo,
sessismo, omofobia, transfobia, abilismo.
Si parla di bullismo e non
si parla di razzismo, sessismo, omotransfobia, abilismo. O si parla
di bullismo per non parlare di razzismo, sessismo, omotransfobia,
abilismo? Le differenze
sono cancellate, tutto diventa genericamente “bullismo”. Per un bambino-a o ragazzo-a, per esempio, vedere un atto di razzismo vissuto scambiato per bullismo significa vedere ancora una volta svalutata la sua percezione della realtà, la sua identità non riconosciuta.
Dal
momento che semplifica, categorizza e nasconde, la nozione di
bullismo rimane legata
all'individuo e non
permette di andare oltre, cioè di vedere
la relazione fra i comportamenti dei bambini-e e ragazzi-e e
l'ambiente che li circonda,
per esempio di considerare gli effetti dello stare in luoghi (scuole)
in cui non si sentono sicuri, o in cui non vengono trattati con
rispetto dai compagni-e o dagli/dalle insegnanti, o in cui non si
sentono rappresentanti, né di capire che impatto hanno sulla vita
dei bambini-e e ragazzi-e la classe sociale, il genere, la razza1,
la religione. E poiché semplifica, contribuisce
a promuovere l'idea dell'inesistente bambino-a e ragazzo-a ideale che
non mostra mai rabbia,
rancore, gelosia; rendendo queste emozioni tabù non se ne parla, e
non parlandone non si permette ai bambini-e e ragazzi-e di costruirsi
gli strumenti per gestirle.
Inoltre,
la nozione di bullismo è spesso legata alle nozioni di “regole”
e “disciplina”. Contro
il bullismo si creano nuove e più elaborate regole, senza dare
spazio a conversazioni sulle regole:
chi le ha create? perchè? a chi giovano? sono “giuste” o
“ingiuste”? Rispettare l'autorità, ubbidire, non ribellarsi, è
sempre desiderabile? L'accento sulla disciplina e sulle sanzioni non
dà lo spazio per chiedere, né ascoltare.
Allora,
invece di parlare sempre di bullismo, bisognerebbe cominciare
a parlare seriamente con i bambini-e e ragazzi-e (e gli/le
insegnanti) di razzismo, di sessismo, di omotrasfobia, di abilismo,
di discriminazioni legate al corpo.
Nominare significa vedere,
e vedere significa poter iniziare a costruire insieme delle
strategie, differenti in
base al contesto e non standardizzate. E invece di categorizzare i
bambini-e e ragazzi-e, bisognerebbe valorizzare i loro punti di
forza, le loro capacità di agire nel mondo e avere effetti su
persone e situazioni, ascoltando il loro bisogno di essere visibili,
di sentirsi importanti, di controllare le proprie vite.
1Uso
il termine “razza” ovviamente non dal putno di vista biologico,
ma come costruzione cultuare che ha impatti sulla vita delle persone
razzializzate.
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