9 febbraio 2020

BULLISMO: PERCHE' E' UNA NOZIONE PROBLEMATICA?


Ieri è stata la giornata nazionale contro il bullismo.
A parte nutrire delle perplessità circa il senso e l'efficacia di queste “giornate”, credo che la nozione di bullismo sia fortemente problematica. E spesso fuorviante.
La problematicità della nozione di bullismo è esposta in modo chiaro in un contributo contenuto nella raccolta Rethinking Sex, Gender and Sexuality edita da Rethinking Schools, casa editrice indipendente statunitense, nel 2016. Il titolo del contributo di Lyn Mikel Brown è “10 Ways to Move Beyond Bully Prevention (and Why We Should)” [“Dieci modi per andare oltre la prevenzione del bullismo (e perchè dovremmo farlo)”]
Si tratta di una lettura molto istruttiva, che vado qui a sintetizzare, consigliandovi di leggere l'originale (di cui non c'è traduzione in italiano al momento).

Innanzitutto, sostiene Brown, la nozione di bullismo è problematica perchè categorizza, etichetta i bambini-e e ragazzi-e come bulli, vittime e spettatori, negando la loro complessità psicologica ed emotiva, come se ci fosse qualcuno capace di fare solo del male e qualcuno capace di fare solo del bene. La dicotomia buono/cattivo quando si parla di persone è sempre pericolosa, come ci suggerisce anche Robin diAngelo parlando di razzismo nel suo White Fragility, in quanto non ci permette di vedere la complessità delle dinamiche relazionali e le influenze del sistema. Chi ha comportamenti prevaricatori o violenti in una situazione o in un dato momento può essere stato in passato o essere in futuro vittima di tali comportamenti, e vivecersa. Inoltre, continua Brown, rende i bambini-e e i ragazzi-e l'unica fonte del problema, annullando o sminuendo gli effetti delle ingiustizie sociali di cui i bambini-e e ragazzi-e sono spettatori nella loro vita, così come il ruolo dei genitori, degli/delle insegnanti, del sistema scolastico e dei media.

Usare la nozione di bullismo come nozione-ombrello sotto cui raggruppare comportamenti diversi scaturiti da motivazioni diverse, inoltre, impedisce di chiamare questi comportamenti per ciò che sono, di nominarli accuratamente: parlare di bullismo spesso impedisce di parlare di razzismo, sessismo, omofobia, transfobia, abilismo. Si parla di bullismo e non si parla di razzismo, sessismo, omotransfobia, abilismo. O si parla di bullismo per non parlare di razzismo, sessismo, omotransfobia, abilismo? Le differenze sono cancellate, tutto diventa genericamente “bullismo”. Per un bambino-a o ragazzo-a, per esempio, vedere un atto di razzismo vissuto scambiato per bullismo significa vedere ancora una volta svalutata la sua percezione della realtà, la sua identità non riconosciuta.

Dal momento che semplifica, categorizza e nasconde, la nozione di bullismo rimane legata all'individuo e non permette di andare oltre, cioè di vedere la relazione fra i comportamenti dei bambini-e e ragazzi-e e l'ambiente che li circonda, per esempio di considerare gli effetti dello stare in luoghi (scuole) in cui non si sentono sicuri, o in cui non vengono trattati con rispetto dai compagni-e o dagli/dalle insegnanti, o in cui non si sentono rappresentanti, né di capire che impatto hanno sulla vita dei bambini-e e ragazzi-e la classe sociale, il genere, la razza1, la religione. E poiché semplifica, contribuisce a promuovere l'idea dell'inesistente bambino-a e ragazzo-a ideale che non mostra mai rabbia, rancore, gelosia; rendendo queste emozioni tabù non se ne parla, e non parlandone non si permette ai bambini-e e ragazzi-e di costruirsi gli strumenti per gestirle.
Inoltre, la nozione di bullismo è spesso legata alle nozioni di “regole” e “disciplina”. Contro il bullismo si creano nuove e più elaborate regole, senza dare spazio a conversazioni sulle regole: chi le ha create? perchè? a chi giovano? sono “giuste” o “ingiuste”? Rispettare l'autorità, ubbidire, non ribellarsi, è sempre desiderabile? L'accento sulla disciplina e sulle sanzioni non dà lo spazio per chiedere, né ascoltare.

Allora, invece di parlare sempre di bullismo, bisognerebbe cominciare a parlare seriamente con i bambini-e e ragazzi-e (e gli/le insegnanti) di razzismo, di sessismo, di omotrasfobia, di abilismo, di discriminazioni legate al corpo. Nominare significa vedere, e vedere significa poter iniziare a costruire insieme delle strategie, differenti in base al contesto e non standardizzate. E invece di categorizzare i bambini-e e ragazzi-e, bisognerebbe valorizzare i loro punti di forza, le loro capacità di agire nel mondo e avere effetti su persone e situazioni, ascoltando il loro bisogno di essere visibili, di sentirsi importanti, di controllare le proprie vite.


1Uso il termine “razza” ovviamente non dal putno di vista biologico, ma come costruzione cultuare che ha impatti sulla vita delle persone razzializzate.

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