[Nota sul linguaggio: in questo testo (e d'ora in poi) ho deciso di non usare il maschile universale/neutro e specificare sempre maschile e femminile dei nomi e degli elementi accordati al nome. In alcuni casi ho usato l'asterisco, consapevole del dibattito intorno a un linguaggio “neutro” che però rischia di invisibilizzare alcune soggettività, in particolare le persone non binarie. Su rapporto tra linguaggio “ampio/inclusivo”, realtà e trasformazione della realtà consiglio la lettura di "La rivoluzione parte anche dal linguaggio: intervista a Ethan Bonali","Si può cambiare la realtà attraverso il linguaggio? (conversazioni sulla traduzione transfemminista)" e "Il personale è linguistico"]
Le persone adulte possiedono molti stereotipi sull'infanzia (per una definizione di stereotipo vedi qui). Ci sono tante credenze negative che aleggiano sui bambini e le bambine, per esempio che siano capricciosi-e, egoisti-e, piagnucolosi-e. Ma circola anche l'idea, e paradossalmente spesso negli stessi ambienti, che i bambini e le bambine non abbiano loro stess* stereotipi e pregiudizi sulle altre persone e il mondo. O almeno questa ambivalenza sembra emergere nella volontà di minimizzare l'importanza di aprire con loro percorsi di discussione/azione su stereotipi e discriminazioni affermando che “non ce n'è bisogno, basta far giocare i bambini-e insieme e tutto andrà bene, non ci saranno più razzismo, sessismo ecc..”. Come se mettere insieme dei corpi bastasse. Ma non basta.
E' vero che la natura dei bambini e bambine è “buona”, tuttavia è necessario sapere come i bambini e le bambine costruiscono la propria identità e la propria conoscenza del mondo e come nel corso di questo processo diversi fattori si intersechino.
Come sostiene Louise Derman-Sparks nel suo testo “Why an Anti-Bias Curriculum?”, "i bambini e le bambine costruiscono la propria identità e i propri comportamenti attraverso l'interazione di tre fattori: l'esperienza con i loro corpi, l'esperienza con il loro ambiente sociale, il loro stadio di sviluppo cognitivo. Perciò, la costruzione delle loro idee ed emozioni non è semplicemente il riflesso diretto né dei loro schemi culturali né delle loro strutture biologiche innate”.1
L'esperienza del/col proprio corpo e del/con il mondo esterno è essenziale. I bambini e le bambine conoscono il mondo facendone esperienza, lo trasformano e ne sono trasformat*. Il mondo adulto e la società hanno dunque effetti sulla costruzione dei loro immaginari, della loro rappresentazione del mondo, delle altre persone e di se stess*; gli stereotipi e i pregiudizi della società influenzano le loro credenze e comportamenti. Ecco perchè limitarsi a mettere insieme dei corpi in uno spazio non è sufficiente per creare comunità basate sul rispetto per l'altr*, sulla solidarietà, sull'accoglimento delle diversità di ognun* (diversità che intendo neanche come valore ma proprio come realtà esistente da accettare come tale). Mettere insieme dei corpi e basta non è né prevenzione né cura. Forse il contatto quotidiano nelle scuole, nei parchi, nelle strade fra bambin* di generi diversi ha risolto o diminuito il sessismo, la misoginia, la violenza verso chi si identifica come donna?
Fin da molto piccoli-e i bambini e le bambine iniziano a notare e valutare le differenze ed a categorizzare il mondo. Questa consapevolezza delle differenze non ha di per sé un valore negativo, semplicemente è, avviene. Quello che crea una visione negativa o positiva delle differenze è il modo in cui ci si rapporta ad esse; costruirsi una modalità di approccio positivo e appropriato alle differenze (di razza, genere, abilità, fisicità ecc...) richiede, sostiene Derman-Sparks, una guida da parte di una persona adulta (genitore, insegnante, educatore/educatrice) che abbia fatto e stia portando avanti un certo percorso personale.
“Durante il loro secondo anno di vita, i bambini e le bambine inziano a notare le differenze di genere e razza. E' anche possibile che inizino a notare le disabilità fisiche, anche se abbiamo indicazioni per cui sembra che questo avvenga uno o due anni più tardi. Dai due anni e mezzo circa, i bambini e le bambine imparano l'uso appropriato delle etichette di genere (bambino, bambina) e imparano i nomi dei colori, che iniziano ad applicare al colore della pelle. Dai tre anni di età (e a volte anche prima), i bambini e le bambine mostrano di essere influenzati-e dalle norme sociali e dagli stereotipi e possono esibire “pre-pregiudizi” verso le altre persone sulla base del genere, della razza o dell'avere una diversa abilità.” Tra i tre ed i cinque anni, cominciano ad interrogarsi sugli attributi costanti del proprio sé, sulle regolarità e sulle trasformazioni del proprio sé, ponendosi domande su genere (“sarò sempre maschio o femmina?” , “se faccio un gioco considerato da maschio divento un maschio?”), sul colore della propria pelle (“si può cambiare?”, “da dove viene?”), sulle disabilità (“se gioco con qualcuno che non cammina non camminerò più neanch'io?”). A partire da questa età, il linguaggio usato dalle persone adulte, i loro comportamenti, i vestiti che le persone adulte di riferimento scelgono per loro, così come i giocattoli e i giochi proposti, fino ad arrivare al contatto con i media, influiscono in modo molto forte sulla costruzione della loro conoscenza del mondo. Per fare un semplice esempio, il commento di un commesso o commessa sulla presunta non adeguatezza di un colore per un certo genere può influenzare in modo molto forte la costruzione di stereotipi di genere già a pochissimi anni di età. E ancora di più se questo commento proviene da una persona adulta di riferimento.
“Dai quattro o cinque anni di età”, continua Derman-Sparks, “non solo attivano comportamenti appropriati per genere così come sono definiti dalle norme sociali prevalenti, ma li rinforzano tra loro senza intervento adulto. Usano motivazioni razziali per rifiutarsi di interagire con bambini e bambine diversi-e da sé mostrando disagio, e mostrano rifiuto verso le persone con disabilità. La misura in cui bambini e bambine di 4 anni hanno già interiorizzato ruoli stereotipati di genere, pregiudizi razziali e paura delle persone con disabilità rende evidente la necessità di attivare una educazione anti-stereotipi con i bambini e le bambine già da questa età” e, aggiungerei, anche prima.
Da ambienti libertari mi è stata mossa la critica su questo ruolo di guida della persona adulta in questi ambiti. Capisco la perplessità, ma mi trovo d'accordo con Ann Pelo quando paragona l'educazione antistereotipi e antidiscriminazione all'educazione ecologista: nel momento in cui i bambini e le bambine stanno costruendo la propriaconsapevolezza dell'ambiente intorno a loro che darà forma al loro vivere nella e con la Terra, a chi verrebbe in mente di lasciare che imparino che la Terra è una risorsa da sfruttare e abusare senza guidarl* verso un altro tipo di relazione con la Terra stessa?
L'educazione contro gli stereotipi, le discriminazioni, il razzismo, l'omolesbobitransfobia, il sessimo, l'abilismo è necessaria, ed è possibile in quanto i bambini e le bambine come attiv* creatori e creatrici di significato sono impegnat* ogni giorno nel comprendere come funziona il mondo, nel trovare uguaglianze e differenze, nel vedere e creare possibilità.
“I bambini e le bambine”, scrive Ann Pelo nell'introduzione al testo Rethinking Early Childhood Education, “sono fortemente interessati-e a dare un senso al loro mondo sociale e culturale; insegnanti ed educatori e educatrici possono unirsi a loro in questa ricerca, guidandoli verso una comprensione accurata ed empatica – o possiamo lasciarli-e soli-e a cercare di trovare una risposta a queste domande, arrivando a conclusioni basate su informazioni errate e pregiudizi culturali. Quando ci impegniamo con i bambini e le bambine in domande sull'identità e l'equità stiamo partecipando all'opera di rimodellamento della nostra società”2
1 Dermann-Sparks L., “Why an Anti-Bias Curriculum”, in Pelo A., (a cura di) Rethinking Early Childhood Education, Rethinking Schools, 2008, pp. 7-12. Anche le citazioni successive della stessa autrice sono tratte dallo stesso testo.
2 Pelo A., (a cura di) Rethinking Early Childhood Education, Rethinking Schools, 2008, introduzione.
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