Durante
gli incontri con insegnanti, quando si parla di bambini-e o ragazzi-e
di madrelingua diversa dall'italiano, arriva quasi sempre il commento
“Il problema è che in casa non parlano italiano!” (o le varianti
“Il problema è che in casa parlano solo la loro lingua” o
“L'abbiamo detto ai genitori di parlare italiano in casa, ma loro
continuano a parlare la loro lingua”).
Devo
dire che sentire frasi simili è sempre abbastanza frustrante.
A
parte la vuota retorica interculturale, infatti, a scuola non solo è
ancora poco comune incoraggiare gli alunni bilingui a mantenere e
sviluppare la propria lingua madre, ma in molti casi si ignorano o
svalutano, esplicitamente o implicitamente, le lingue e culture
d'origine. E purtroppo molti genitori di madrelingua diversa
dall'italiano cominciano a davvero a parlare italiano in casa
convinti di fare i bene dei propri figli e figlie.
La
lingua non è una semplice “funzione”. E' espressione del sé, è
legame, appartenenza, storia, identità. Non si può chiedere ad una
persona di eliminare la propria lingua madre. O meglio: si può, ma è
un'operazione di grande violenza e può avere effetti devastanti
anche a lungo termine sul processo di costruzione della propria
identità e del proprio senso di essere nel mondo. “Negare
l'esistenza della lingua madre è negare la propria esistenza,
l'esistenza del proprio passato, la storia familiare, le tradizioni”
dicono gli studiosi Ada, Campony e Baker nel loro Guía
Para Padres y Maestros de Niños
Bilingües
(trad.mia). Quando
sento commenti come “In casa dovete parlare italiano” mi vengono
in mente le Residential Schools in cui venivano rinchiusi i
bambini e bambine nativi americani o aborigeni per cancellare la
loro lingua, il loro modo di vestire, le loro tradizioni, per
assimilarli ai bianchi. “Kill the Indian, Build the Man”,
“Uccidi l'indiano, crea l'uomo”, dicevano; perchè “l'indiano”
evidentemente umano non era.
Il
paragone ovviamente è estremo. Qui non è la stessa cosa. Gli
insegnanti che consigliano di “parlare l'italiano in casa” quasi
sempre lo fanno a fin di bene. Il problema è che, in un'ottica di
superiorità bianca e colonialista, il “bene” è rendere uguale
alla norma (bianca), assimilare, eliminare ciò che è diverso e
quindi percepito, consciamente o meno, come inferiore.
Il
pessimo consiglio del “parlare solo italiano”, d'altra parte,
spesso cela dinamiche razziste e/o classiste.
Per la
mia esperienza, infatti, si consiglia di non parlare la propria
lingua più facilmente a chi ha come lingua madre una lingua
africana, arabo compreso, o asiatica, o est-europea. Chi direbbe a un
genitore francese di non parlare francese in casa con i propri figli?
O a un britannico di non parlare inglese? Questo perchè esiste (e
gli atteggiamenti stessi dei bambini-e nei confronti delle lingue lo
rispecchiano) una classifica tra le lingue: alcune sono percepite (e
fatte percepire) come più utili, più importanti, migliori, altre
come inutili, da eliminare, o di cui vergognarsi. Dico che questa
classifica esiste, non che sia positivo che esista, sia chiaro. Ed è
una classifica pericolosa perchè porta con sé un giudizio di valore
anche sulle persone che di quelle lingue sono portatrici.
C'entrano sicuramente dinamiche di economia globale, ma il fatto che le lingue percepite come più utili/importanti/da mantenere siano quelle dei colonizzatori (bianchi) non è un caso.
C'entrano sicuramente dinamiche di economia globale, ma il fatto che le lingue percepite come più utili/importanti/da mantenere siano quelle dei colonizzatori (bianchi) non è un caso.
D'altra
parte, aumentano i percorsi scolastici, in particolare dei licei, che
propongono lo studio di lingue che un tempo non erano contemplate nei
programmi, come il russo o il cinese. I liceali sono quindi
incoraggiati a studiare lingue che ad altri bambini-e e ragazzi-e è
stato detto di non parlare. Sembra paradossale. O forse, come si
chiede Stephen Krashen, il bilinguismo è positivo per i ricchi e
dannoso per i poveri?
Così, mentre per alcuni parlare e scrivere in altre lingue è considerato una ricchezza (per chi ha una lingua madre “di valore”, o chi proviene da famiglie di una certa classe sociale, o chi frequenta un certo tipo di scuola), per altri è un problema, che deve essere risolto eliminando la propria lingua madre o limitandone l'uso. Entrambi gli approcci, la lingua come risorsa e la lingua come problema, sono comunque molto lontani da quello che dovrebbe essere, cioè la lingua come diritto, come strumento di costruzione positiva della propria identità e di emancipazione.
Ecco
allora che dare valore a tutte le lingue madre nella loro diversità e al bilinguismo
diventa un dare valore alle persone che parlano quelle lingue e alle
loro storie, diventa una sfida ai discorsi di discriminazione,
razzismo e superiorità bianca su cui la società (occidentale
soprattutto, ma non solo) è basata.
Cara Sara, ti ringrazio per avermi segnalato il tuo articolo che ho apprezzato parecchio e in cui riconosco il mio pensiero. Penso anche io che nella richiesta di parlare "italiano" ci sia una sottesa logica di retorica dominante in cui l'italiano standard rappresenti il modo "giusto e corretto" del parlare che in questo momento storico agisce sulle lingue straniere (quelle considerate "povere" e inutili sul piano economico, al contrario di russo e cinese che negli ultimi tempi si sono conquistate il diritto di risalire le top ten grazie all'emergere delle forze economiche dei rispettivi paesi). Questo stesso impoverimento linguistico, perché questa è la prima conseguenza cui ne seguono altre, ha agito anche sulle diversità linguistiche dei vari dialetti in Italia. In Sardegna, per esempio, la conseguenza è stata perdita della diversità, bambini che apprendono male l'italiano e a distanza di 30 anni da questi atteggiamenti ci ritroviamo a vivere il paradosso di voler salvaguardare le lingue minoritarie, con politiche di stampo nazionalista che ci spingono a parlare e scrivere il sardo logudorese, anche qui una lingua creata a tavolino che mette insieme le diverse varianti e che è considerata il "sardo autentico e vero nonché il più nobile" perché legato a una tradizione letteraria. A volte mi sento straniera nella mia stessa terra, quando mi trovo in un ufficio a leggere cartelli in una lingua che non riconoscono ma mi dicono sia quella delle mie origini ma che a me suona strana e diversa da quella che sentivo in casa e che parlavano i miei. Altro danno è avvenuto nello scarto generazionale, chi come me da famiglie con genitori poco istruiti e artigiani e per la prima volta ha fatto il salto dell'università, rompendo una tradizione famigliare di lavoratori precoci e poco "istruiti" è talmente entrato nel sistema per cui padroneggiava l'italiano al punto da mettere imbarazzo e talvolta creare soverchiamenti gerarchici ambigui e pericolosi in cui la lingua diventava uno strumento di "supremazia" e forte distinguo classista all'interno delle stesse famiglie e mi faceva pensare "io non sono come voi che non vi siete evoluti". Tutto questo mi è arrivato da grande e grazie agli studi che ho fatto, ma soprattutto attraverso la migrazione. Perché mentre stavo in Sardegna, anche durante il dottorato, e non ero certo una ragazzina, i miei docenti usavano le stesse retoriche linguistiche con me, "si sente che sei sardofona, fai parte di quella generazione che ha imparato male l'italiano", riportandomi a gerarchie di classe in cui mi sentivo imbrigliata e da cui sapevo che non sarei uscita, che anche se avessi provato a prendere l'ascensore sociale la mia parlata così ibrida e soprattutto il mio accento avrebbero sempre tradito le mie origini. Tutto questo è emerso in me con la lontananza dall'isola e il confronto con altre persone.
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